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Beautiful Loser

Un rock-blues viscerale che cede spesso il passo ad un folk desolato e autunnale, chitarre ruggenti, una voce che a tratti ricorda il Lou Reed di New York tanto è propensa al talkin è da strada.

Se queste poche coordinate vi hanno incuriosito allora Skeleton Blues è il disco che fa per voi. Joyner, cantautore nato ad Omaha e con all’attivo quindici anni di carriera e una decina di dischi, ha licenziato un’opera per buona parte elettrica e tirata, fatta di canzoni riuscite e che il più delle volte tendono all’epico. Non manca la ballata, cifra stilistica con la quale il musicista sembra essere davvero a proprio agio (a questo propostito vi consiglio di recuperare Lost With the Lights On di un paio di anni fa) e, nonostante sia innegabile l’impronta roots, il disco non suona affatto revivalista.
In effetti, l’elemento forse più immediato di questo nuovo disco è quello relativo al songwriting, maturo e coeso: Joyner ha i piedi ben piantati nella storia dell’american-music e scrive canzoni mandando a memoria la lezione di chi è arrivato prima di lui, confezionando sette episodi di assoluto spessore. Medicine Show è un blues saturo di elettricità e che si regge su una interpretazione di prim’ordine, l’apripista Open Window Blues è una lunga cantilena sorretta da un piano marziale che tende nemmeno tanto subdolamente al paisley, My Side of The Blues è invece una chilometrica e sofferta song acustica, piccola grande elegia colma di struggimento e dolore.
Joyner snocciola come un predicatore il suo credo fatto di grandi spazi vuoti e mulinelli di polvere, di folk e di dodici battute, alla maniera di un hobo con la chitarra distorta che si permette anche una piccola autocelebrazione nella sghemba suite di The Only Living Boy In Omaha, vera pietra angolare dell’opera che da sola vale il prezzo del biglietto. In definitiva Skeleton Blues è una di quelle sorprese di fine anno che colpiscono per densità e qualità del materiale registrato, e proiettano prepotentemente il nome di Joyner tra i più abili scrittori di canzoni della sua generazione. Nel solco di una tradizione che l’autore è capace di far rivivere con sincerità e personalità.

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