‘Much to discover, I know you don’t have the time’

Questa è una storia in bianco e nero. Una storia dalle tinte forti.

Questa è la storia di un rapporto di stima e amicizia profonde. Una storia che si è interrotta bruscamente per la morte di una delle persone coinvolte: il leggendario John Peel. Ma nonostante siano due anni che, come direbbe un’altra leggenda, Lester Bangs, John sta godendosi un’eterna jam session all’inferno, questa storia non è finita. Perché Polly Jean Harvey, l’altra protagonista, ha selezionato con cura 12 delle tracce registrate per la trasmissione che John Peel conduceva per la BBC e le ha fatte uscire in questo The Peel Sessions 1991 è 2004. Sottolineando che ognuna di esse “l’ho fatta per lui”. Perché il giudizio di John Peel contava. Molto. Provate a chiedere a Mark E Smith, deus ex machina dei Fall (sua grande passione), a Siouxie o a Ian Curtis, soltanto per citare qualcuno che ha scritto due o tre pagine della musica rock. Ma che prima è passato dagli studi della BBC, ovviamente con John Peel dall’altra parte del vetro…

In questo omaggio, Polly Jean ha voluto ripercorre le tappe fondamentali della sua carriera. La prime quattro tracce provengono dalla session dell’ottobre del 1991, quasi un anno prima che il suo album di debutto, Dry, vedesse le luci dei negozi di dischi. I brani sono scarni, suonati dal trio che poi l’accompagnò nel disco. E non si notano le incertezze di un’esordiente, ma la forza grezza di una voce che mai avrebbe lasciato indifferenti. Qui che si capisce perché questa è una storia in bianco e nero. Perché chiunque (davvero chiunque?) può scrivere brani tra il punk e il grunge come Oh My Lover o Victory, ma solo Polly Jean li può cantare così, portandosi dietro tutta la sofferenza di un’esistenza complicata, la sua, e la disperazione cosmica di una cucina buia, le zanzare che ronzano fastidiose e la lama del coltello appoggiata sulle vene del polso. Le nostre.

Dopo Rid of Me, il secondo album, la band che l’ha accompagnata sin dall’esordio si è oramai disgregata. Ad accompagnarla nella session del 1996 è, quindi, un certo John Parish. Nel frattempo è uscito il terzo lavoro, To Bring You My Love, che la consacra definitivamente. Ma lei non ha mollato di un centimetro la sua furia: Snake è una litania pagana di disperazione, accompagnata da una chitarra disturbante. Ma in questa session a brillare di luce propria è Wang Dang Doodle, brano di Willie Dixon, con il quale PJ rende omaggio – di pancia e a modo suo – a un pezzo di storia.

In That Was My Veil compare una chitarra acustica, altare per una Polly Jean che si fa sacerdotessa in una torch song che quasi intimidisce l’ascoltatore tanto è alta. Questo è anche il periodo in cui è ospite di Nick Cave per una delle Murder Ballads. Periodo in cui la Harvey “rischia” di diventare un mito in vita. Ma l’album seguente, successo di vendite, è Stories From The City, Stories From The Sea, il più controverso della sua carriera. Stesso anno, il 2000, di una session qui documentata da This Wicked Tongue e Beautiful Feeling, che vengono svestite di tutto lo “sbrilluccichio americano” dell’album, restituendoci una PJ viscerale come è sempre dal vivo e come, siamo sicuri, piaceva a John Peel. You Come Through è tratto dall’ultimo lavoro di studio, Uh Huh Her. La voce di PJ assomiglia a quella di chi ha molto riflettuto dopo un periodo difficile, ma la sostanza musicale appare ancora quella grezza, intensa e sincera che fece innamorare 15 anni fa John Peel, il co-protagonista di questa storia in bianco e nero. Storia che non dimenticheremo mai.

Autore dell'articolo: admin

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