| Articolo pubblicato il 23 09 2002 |
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Pop intimista, o cosa?
di
Luca Fusari
Confesso che ci sono andato per curiosità, e che in fondo mi aspettavo un concerto ‘intimista’ in una maniera forse un po’ scontata, con le candele sul palco, Beth Orton sola assieme alla sua chitarrina acustica e magari un paio di figuri ad accompagnarla sfiorando timidamente percussioni e, che so, contrabbasso. Con mia grande sorpresa, invece, ci ho azzeccato solo sul contrabbasso: la Beth (si, la Beth: in fondo eravamo a Milano, no?) ha messo insieme, per le sue esibizioni dal vivo, una formazione decisamente variegata e poliedrica, che comprende, oltre al citato contrabbassista (capace peraltro di passare in scioltezza da svisate jazzistiche a pezzi suonati con l’archetto a martelli quasi dance), un chitarrista acustico/elettrico, batteria, tastiere e una mini sezione d’archi provvista di violinista e violoncellista, ponti a trasformarsi in percussionisti. Il tutto, mi è parso, nel tentativo di arricchire brani vecchi e nuovi di arrangiamenti inediti e di uniformare il suono del concerto. In uno show che in due ore è filato via liscio in maniera assolutamente godibile, la pecca è però stata forse proprio questa: troppa omogeneità: nessun calo di tensione (la band riusciva con continuità a suggerire atmosfere pop-tecnologiche-ma-non-troppo-con-quel-tocco-di-folk che hanno reso famosa la Beth), ma anche pochi picchi di intensità, almeno fino alla seconda metà del concerto, nella quale i musicisti si sono concessi qualche divagazione strumentale più energica e sciolta, forse a tentare di dissolvere il sospetto che si stava insinuando: che il loro gran lavoro sugli arrangiamenti nascondesse che in fondo il 90% dello spettacolo era la Beth, con la sua voce e la sua presenza scenica da scricciolo di un metro e 80. (Questo sospetto continuo ad averlo, e per me vale anche per i suoi dischi). Le scusanti per uno show in fondo così ‘statico’ ci sono: era la prima di una serie di serate della Beth in Europa, e lei stessa era vocalmente un po’ giù, tanto che, da buona inglese, sorseggiava the, caldo e fumante, tra un pezzo e l’altro. L’accoglienza del pubblico, con mia grande sorpresa (prima e durante il concerto ho continuato a chiedermi: ma che genere di pubblico ha Beth Orton? Risposta possibile: lo stesso di Suzanne Vega, I suppose), è stata entusiasta a livelli da concerto rock, tanto da ottenere un doppio bis ed espressioni quasi imbarazzate della Beth che non sapeva più come ringraziare in mezzo a tutti quegli applausi e gridolini (avrà sicuramente dichiarato poi a qualche inviato della stampa nostrana che ‘il pubblico italiano è senz’altro uno dei più calorosi’). L’impressione generale, comunque, è che - a parte i 5 euro spesi per una birra meno che media - sia valsa la pena di godersi un modo alternativo di proporre un concerto di pop ‘intimista’ come quello che la Beth ci propone. Anche se il dubbio che la differenza rispetto al trio con le percussioni e il contrabbasso non sia poi molta rimane. |