In questa intervista volevo soffermarmi soprattutto sui vari aspetti della tua produzione testuale. Perciò partirei dagli inizi, chiedendoti quali sono state le tappe fondamentali che ti hanno avvicinato alla scrittura di canzoni.
Le tappe fondamentali bisogna delinearle un po’ artificialmente, nel senso che la vita non è fatta mai di paracarri ma è un flusso continuo. Però potrei dirti che quando ho imparato a suonare la chitarra, intorno ai tredici anni, già mi interessava di più scrivere cose mie che riprodurre le canzoni degli altri. Questo ovviamente una volta fatto il primo apprendistato sui pezzi che una generazione impara suonando la chitarra in quel periodo, che sono poi “Smoke on the water”, “Cocaine”, le canzoni degli AC/DC. Ricordo per esempio la prima volta che riuscii a collegare il mangiacassette al mio primo amplificatore di chitarra per suonare “T.N.T.” o “Squealer” degli AC/DC, quella fu un’emozione che mi pervase completamente. Però, appunto, già allora scribacchiavo cose orribili e da allora ho sempre più o meno continuato. Tra i diciotto e i ventidue anni, quando la sbornia totale per l’heavy metal andava scemando, avevo composto un primo nucleo di canzoni che risentite oggi mi fanno molto tenerezza... Una prima tappa importante potrebbe essere quella in cui feci un concerto in un piccolo club ad Acqui Terme e registrai questa serata di canzoni chitarra elettrica e voce mandandole poi a Paolo Conte. Paolo Conte mi scrisse una lettera in risposta, molto gentile ma molto ferma, in cui sostanzialmente mi diceva che prima di usare il blues per raccontare i miei grattacapi avrei fatto meglio ad approfondirne la conoscenza. Insomma non fu assolutamente una lettera di elogio ma una lettera vera e io ne fui felicissimo perché per me lui era il Paolo Conte dei dischi dei “Concerti” o di lavori come “Aguaplano”, per me il massimo esempio di utilizzo della lingua italiana in una canzone.
Quindi già allora scrivevi in italiano.
Sì, ho sempre scritto in italiano. Dopo quel periodo mollai un po’ la presa compositiva, suonando soprattutto in gruppi che nascevano e morivano come progetti economici. Qualcosa scribacchiavo ancora ma per fortuna non avevo più la faccia tosta di proporre quel che scrivevo. Poi l’ipotesi di riprovarci si riaffacciò e incontrai un produttore milanese che trovò interessanti le cose che facevo. Sai, un ventenne fresco fresco che sogna fin da bambino di fare la rockstar, è incline alla lusinga di un potenziale commerciale che gli si presentava davanti. Di fatto però si trattava di prendere le cose che facevo e virarle all’idiozia. Così quando la cosa era più o meno imbastita feci una telefonata a questa persona e gli dissi di prendersi le cose che avevamo fatto insieme e di farle cantare a qualcun altro, perché io non ne avevo la faccia e non le riconoscevo come mie. A quel punto capii veramente che non c’era spazio perché io potessi vivere di musica e quindi se volevo fare ciò che veramente mi piaceva dovevo rassegnarmi a trovare o inventare un mestiere e continuare a suonare per i cavoli miei. E così è stato fino ad oggi.
Immagino che nel frattempo però tu abbia seguito il consiglio di Conte…
Assolutamente.
E che strade hai intrapreso? Approfondire il blues in ogni suo aspetto è un’impresa.
Sono partito dalle origini, dal blues rurale e mi sono fatto anni di ascolto analitico di blues di ogni tipo, comprese tutte le derivazioni e tutte le contaminazioni. Già a diciotto anni, quando ero ancora in periodo heavy metal, scoprii a casa del fratello grande di un mio amico un personaggio che bofonchiava sopra una musica che a me parve veramente stramba con una vociaccia marcia, alle mie orecchie una cosa davvero folle. Era Tom Waits. Mi bastò un secondo ascolto per amarlo e da allora è stato un amore continuo. La gente nella musica dovrebbe dare una seconda possibilità alle cose che non ama al primo ascolto; forse anche nella vita. Il fatto che non piacciano subito significa che magari vanno a toccare corde o modalità che fino a quel momento non avevi considerato ma che magari sono proprio le tue. D’altra parte noi viviamo nascosti a noi stessi per buona parte della nostra vita ed è normale che certe cose all’inizio ci paiano aliene. Ascoltando Tom Waits io mi sono accorto che quelle erano le mie corde, non certo quelle dei parrucconi alla Yngwie Malmsteen.
Non devi essere stato l’unico ad accorgertene. Pur non essendo il tuo caso, di imitatori più o meno palesi di Tom Waits ce ne sono parecchi in giro…
Se sei giovane imitare il tuo idolo, sia Tom Waits come qualsiasi altro, è la cosa più automatica da fare. Ma se hai una età superiore ai diciotto e un minimo di buon senso ti rendi conto che sei ridicolo. Se non te ne rendi conto buon per te: puoi sempre costruirci sopra una carriera e fare successo in Italia. A parte questo credo che le tappe fondamentali che mi chiedevi siano appunto la lettera di Paolo Conte e la prima volta che ho ascoltato Tom Waits, che poi è stato pure il momento in cui ho smesso di scrivere pensando ai riff heavy metal. A queste aggiungi la nascita dei Madrigali Magri, molto più tardi, nel 1994, in cui ho raccolto quello che mi sembrava salvabile della produzione fino a quel momento, rimaneggiandolo in modo che mi sembrasse aggiornato ai miei gusti. Forse ci potremmo mettere in mezzo anche il fatto che ho sempre avuto il vizietto di scribacchiare versacci che riletti oggi mi procurano qualche imbarazzo.
Quindi da un lato la musica e dall’altro la letteratura, suppongo anche come lettore…
Certamente. Anche se tutti gli adolescenti hanno la pretesa di scrivere senza leggere, che è come voler cucinare senza avere mai mangiato. Come tutti gli adolescenti incontrai a scuola quei poeti che parlano agli adolescenti se hai un’insegnante che è in grado di farli parlare. I soliti Rimbaud, Baudelaire, e anche Leopardi. Poi Bukowski e simili. I miei studi si sono concentrati per lungo tempo sulla poesia e anche il piacere delle mie letture si è soprattutto concentrato su quello.
Sei laureato in Lettere, giusto?
Sì, Lettere ad indirizzo Italianistico, con una tesi di laurea su una grammatica cinquecentesca che era sostanzialmente inedita alla critica accademica. Ho fatto una tesi di ricerca che mi ha portato a girovagare un po’ per biblioteche, una cosa che mi piaceva tantissimo fare. Nei piani della mia vita c’era la carriera universitaria, poi ho trovato condizioni impraticabili, che in poche parole significa il tuo relatore di tesi che ti dice che il posto per te c’è sicuramente, se avrai pazienza di aspettare una decina d’anni e nel frattempo gravare da studentello sulla gobba dei genitori. Così ho attuato il piano B, vago in realtà visto che prevedeva all’inizio tutta una serie di cose piuttosto confuse come fare il giornalista e l’insegnate di lettere. Mi sono ritrovato ad occuparmi di comunicazione pubblicitaria come già facevo prima di iniziare l’università e da dieci anni è questo il lavoro che mi dà da campare.
Ma l’università e le aspirazioni di carriera nel campo della ricerca non ti hanno lasciato fermo a Baudelaire e Bukowski…
Se uno si ferma lì è finita e anche patetica; se oltre una certa età e continui a citare questi autori è perché non li conosci a sufficienza e non hai conosciuto nient’altro dopo di loro. Ho avuto la sfortuna, chiamiamola così, di appassionarmi a tutte le cose che mi si sono avvicinate nel corso della mia vita, anche a quelle che non mi sono piaciute. Non so come spiegarlo: mi sono piaciute anche le cose che non mi sono piaciute. Comunque se dovessi fare qualche nome direi la poesia provenzale e medievale in genere, i poemi cavallereschi, Dante sicuramente. Arriverei fino al Novecento, fino a Caproni o Giovanni Giudici, ma ce ne sono troppi, non voglio fare il citazionista. C’è un patrimonio enorme nella letteratura, basta scavare.
Gli studi e la passione per la poesia ti avranno dato modo di riflettere a lungo sul linguaggio, anche su quello della canzone. Ne vorrei parlare un attimo con te partendo da un presupposto: la lingua italiana è un lingua reduce da centinaia di anni di congelamento. E’ stato Petrarca, diciamo così, ad accendere il freezer.
Il linguaggio poetico italiano è rimasto per cinquecento anni simile a sé stesso. È tornato in vita (o meglio ci ha provato) alla fine dell’ottocento con l’Unità d’Italia e con tutte le questioni che Manzoni si poneva, questioni che poi sono state sostanzialmente risolte da Mike Bongiorno e dalle signorine buonasera. Di questo congelamento e di un’altra questione non meno importante, che è l’onda lunga di D’Annunzio sulla scrittura poetica, il linguaggio delle canzoni ne risente ancora oggi, perché ogni lingua risente del suo passato e delle modificazioni più o meno profonde che ha vissuto. A proposito di Petrarca, pensa a quanto del petrarchismo del “Canzoniere” è rimasto nella canzone popolare. La donna del “Canzoniere” la stessa di Mogol: «le bionde trecce gli occhi azzurri e poi» e qualche verso più sotto «e l’innocenza sulle gote tue» ecc. Neanche «sulle tue guance», ma «sulle gote tue». Chi oggi parla così? Questo è il poetese che viene facile facile all’italiano medio e che trovo ridicolo nell’espressione contemporanea.
Tra petrarchismo, d’annunzianesimo e gli altri vari linguaggi che la tv ma non solo iniettano nel nostro parlato è davvero difficile essere coscienti nello scrivere in italiano.
L’italiano è una lingua che se non la conosci ti frega, ti fa usare espressioni che hanno dei sottotesti che magari tu non volevi utilizzare ma che ci sono e parlano al posto tuo. Tra chi scrive canzoni, quelli che la usano con cognizione di causa sono pochissimi. Ad esempio non c’è niente di peggio del testo di una canzone rock con costrutti da frase latina. A livello razionale, se non si possiede una determinata preparazione, queste cose non si scelgono e non si colgono, ma a livello subliminale sì, perché testi scritti in quel modo non suonano autentici. Per scrivere una canzone si dovrebbe conoscere realmente la lingua italiana e poi lavorare di scrematura, con disinvoltura, altrimenti la lingua italiana ti porta a parlare in uno dei vari linguaggi settoriali che noi utilizziamo e ascoltiamo senza averne percezione. Col passare degli anni ad esempio, oltre a linguaggi settoriali come il poetese, il burocratese o il giornalistese rintracciabili nei testi di canzone, da noi si è formato anche il cantautorese. Se fai un’analisi linguistica del linguaggio dei cantautori italiani ci troverai determinate costanti. Quando conosci queste cose puoi decidere se usarle o evitarle, in caso contrario le subisci e perdi credibilità. Idem per gli stereotipi del maledettismo.
Hai accennato prima a D’Annunzio e ora al maledettismo. Anch’essi sono due caratteri che hanno influenzato molto la scrittura testuale, soprattutto rock…
Certo. Pensa al contraltare d’annunziano che non è stato tanto Gozzano, il quale riprendeva seppur in vena ironica il linguaggio di D’Annunzio, ma Eugenio Montale fin dal 1925. “Ossi di seppia” è un monumento anti-d’annunziano con chiari riferimenti e citazioni “per le rime” a D’Annunzio, oltre che un continuo tentativo di abbassamento del linguaggio d’annunziano. Questa reazione a D’Annunzio è da tenere conto anche nello scrivere canzoni oggi, con un linguaggio il più possibile reale, comune, fatto di cose che sai e che maneggi nel quotidiano.
Se invece dovessi dirmi un nome di scrittore di canzoni che rispecchia in positivo le varie cose che hai detto fino ad ora, chi mi diresti?
Ti direi Paolo Conte che ha un uso del linguaggio straordinario. Torno su di lui non per una questione di campanilismo ma perché è il suo l’italiano più creativo che ho trovato nella musica pop fino ad oggi. Paolo Conte non ha mai utilizzato, ad esempio, linguaggi sociologici, linguaggi che in qualche modo potessero comunicare un’appartenenza politica, una bandiera. Si è sempre limitato ad un uso della lingua molto semplice eppure così complesso nella sua semplicità. Il che è sicuramente una lezione da imparare. Quando usa un esotismo lo fa con ironia, quando usa un arcaismo ne annusi la polvere: lo rende vero.
Stavo per aggiungere anche Giovanni Lindo Ferretti, ma lui di linguaggi sociologici ne ha usati.
Sì, in Ferretti si trovano molti appoggi sociologici. Ci sono testi straordinari nei CCCP e nei CSI, oggettivamente ottimi testi, però da qualche parte arriva sempre qualcosa che mi mette sempre in un atteggiamento di diffidenza, non ci credo mai fino in fondo. C'è aria di supponenza.
È una questione geografica però. Del resto Ferretti è nato e vissuto nella rossa Emilia…
Sarà. In Emilia c’è sempre un modo entusiastico di porsi nei confronti delle cose, non è detto sia sbagliato: non è il mio. Farne una questione regionalistica è una cosa veramente molto idiota però diciamo che nella piemontesità questo non c’è. Gipo Farassino e compagnia a parte, naturalmente. Prendi questi piemontesi: Gozzano, Pavese, Fenoglio, Paolo Conte. Gente schiva.
Loro, gli emiliani, sono progressisti.
Già. Pensa alla declamazione. Ma tu te lo immagini Paolo Conte declamare «c’è un accappatoio azzurro fuori piove e un mondo freddo»?
Conte, come ti dicevo prima, abita a pochi chilometri da qui.
Tom Waits dove abita? Nei più grandi non ci sono distinzioni regionali così evidenti. Sprovincializzarsi è importante, venire da nessun posto è venire da ogni posto: ogni posto è nessun posto. Nessun posto è il posto giusto. Ogni posto è giusto.
Waits però è americano…
Ma anche io sono americano, anche tu sei americano. Solo che siamo gli americani di qualcun’altro.
Ti dico americano nel senso che noi italiani abbiamo sempre avuto la cultura e l’arte fortemente appioppati alle ideologie, ai partiti o addirittura alle regioni. Tom Waits non è né repubblicano né democratico. E’ Tom Waits. E così Conte.
Esatto. Questo succede perchè noi abbiamo avuto la cultura e l’arte dell’ultimo secolo troppo collegata a lotte politiche e ideologie, perché abbiamo avuto una storia recente lacerante di guerre perse, salvazioni, compromessi, spinte verso il comunismo, rigurgiti totalitari e cose di queste genere. Fino a poco prima ci ammazzavamo da campanile a campanile, sperando che qualche grande potenza straniera annientasse il nostro vicino di casa. Insomma, arriviamo ad una conclusione a cui si arriva spesso in questi discorsi: non siamo una nazione. Forse divago... Siamo tutti contro tutti, un popolo di individui tutti furbi che danno come somma una massa di coglioni. Ma fare il proprio lavoro e farlo bene, fuori dagli schemi, dagli stereotipi, senza lasciarsi abbindolare dalle soluzioni più facili si può. Essere meno arroganti, meno furbi e meno stronzi di come siamo noi simpatici italiani, si può.
Tornando al discorso letterario, nei testi che hai scritto per i Madrigali e i Bachi, ci
sono due riprese letterarie evidenti. Una è Carver in “Fosca”, l’altra è l’incrocio di versi di Corazzini e Gozzano in “Stirpe confusa”. Ce ne vuoi parlare?
La citazione da Carver è venuta in modo assolutamente casuale. Stavamo facendo una prova microfoni durante la registrazione di “Lische”. In quei casi uno passa il tempo a dire «uno due sì prova…» e siccome questa cosa mi annoiava molto presi il primo libro che c’era in giro ed era “Blu Oltremare” di Carver. Ne lessi una parte al microfono mentre dall’altra parte Alessandro Bartolucci stava settando i suoni. Successivamente creammo a tavolino “Fosca” unendo diversi tagli e ci mettemmo sopra proprio quella lettura perché ascoltandola notammo che aveva delle assonanze pazzesche con alcuni fatti personali che ci stavano accadendo. Se ci pensi è incredibile che tra tutti i libri che c’erano lì a disposizione io avessi letto una cosa che ci apparteneva così tanto. Insomma, non è che abbiamo detto «dai facciamo un pezzo dove citiamo Carver!». Difatti se ascolti bene, la mia lettura è incerta. Lo stavo scoprendo in quel momento. Carver non lo conoscevo assolutamente e non sapevo nemmeno che invece tutto il resto del mondo lo adorava, mettendolo in mezzo ai vari Burroughs eccetera. Quella su Corazzini e Gozzano invece è un’operazione voluta. Ho cercato di creare una sorta di dialogo tra i versi dell’uno e dell’altro senza segnalare la cosa per ottenere il risultato che leggendoli sembrano perfettamente omogenei, quasi come un botta e risposta scritto da un unico autore. Le modifiche che ho fatto alle loro parole sono davvero minime ed è stupefacente come suonino così contemporanei quando invece sono cose dette da due ragazzi vissuti a cavallo tra l’ottocento e il novecento. Gozzano morì a trentaquattro anni, Corazzini a ventuno e scrisse i versi che io ho riutilizzato su un letto di ospedale mentre tutto intorno c’era la Belle Epoque. Quei versi sono la cosa più dirompente che un ragazzo potesse dire in quel periodo.
«Quando cercherai di convincerli allora lo vedi che sono macchine di carne»: qui invece torna Conte.
Sì, quei versi sono ripresi e modificati un po’ da “Diavolo Rosso”. E’ soprattutto un divertissement o un omaggio. Niente di più.
Oltre a queste ci sono altre citazioni?
Ce n’è una da Montale in “Lunedì”, quando dice «io per me...». E’ tratto da “I limoni” se non ricordo male. Citazione poetica invisibile perché pare linguaggio parlato: un bel cortocircuito!
Sono tutte citazioni ben nascoste nei testi. E anche l’aspetto fonetico di quello che scrivi è curatissimo. «Ci fotte la geometria come uno scacco / un pesce gatto in una pozza una pulce sotto un tappo»: dietro a versi come questo ci avrai passato delle ore…
No, di più.
Hai un metodo di lavoro?
Potrei dirti che tutto parte dal foglio bianco ma non sarebbe poi così vero, perchè scrivo molto spesso nella mia testa mentre sono in auto, o in coda alla posta o nell'anticamera di un medico. Certamente se un metodo c’è, è quello di essere molto critici verso ciò che si scrive. Questa cosa riesci a metterla in pratica facendo finta che quanto hai fatto non sia tuo e riuscendo quindi a giudicarlo il più possibile a distanza. E’ un processo soprattutto mentale ma è molto utile per non farsi usare dal linguaggio e allo stesso tempo per produrre un qualcosa che non sappia di leggio e pulpito ma di polvere e stracci. Ancora più importante però è il riuscire a scrivere come se fosse l’ultima cosa che fai. La scrittura deve essere un atto definitivo: a quel punto ti rendi conto del perché hai messo questa parola o quell’altra e riesci ad eliminare tutte le cazzate di contorno.
Il peso che dai alla scelta delle parole mi pare si veda anche nel percorso di crescita della tua scrittura. Una crescita che è anche allargamento semantico delle parole utilizzate nei testi. I primi due dischi dei Madrigali hanno dei campi semantici abbastanza unitari. Io ne ho individuati tre: il corpo («muscolo cardiaco», «costole»), il lavoro («incudine», «ferro», «fuoco») e i luoghi in cui vivi con particolare attenzione per il buio e la nebbia («lago d’orzata», «diga di colla»). Da Malacarne in poi comincia l’allargamento, che diventa palese nei due dischi dei Bachi da Pietra, tanto che in “Lunedì” c’è un verso («la merda del globo da un modem on line») che usa una parola («modem») davvero distante dal contesto blues dei vostri pezzi e in generale dal lessico tipico dello scrivere canzoni in Italia. Non è un atto avanguardistico ma in qualche modo hai allargato i confini linguistici entro cui la canzone italiana si muove.
Quella che sottolinei è una cosa veramente importante per me. Troppi di quelli che scrivono canzoni in Italia hanno pudore nell’utilizzare i termini di tutti i giorni, i concetti reali. Io sto tentando di scrivere mettendo in ciò che scrivo degli oggetti, voglio nominare delle cose. Sono stufo di canzoni che non si possono toccare. Una delle cose che dobbiamo fare con la nostra lingua è inventare, allargare il lessico, dire in altro modo le cose già dette. Cioè tutto. Vedere se caso mai ci fosse ancora qualcosa da dire... Dante usava tutti i livelli della lingua e, dove non ne aveva, arrivava ad inventare parole nuove. Nella nostra contemporaneità non stiamo inventando più niente, importiamo e basta. Anzi sostituiamo con prestiti dall’inglese parole che abbiamo ancora in uso, ma ci si compiace di dire in un gergo esotico che in realtà conosciamo poco. Tutto all’italiana, come la mistificazione. Prima mistificavamo con il latinismo, poi con il petrarchismo, oggi con questa valanga di inglesismi inutili per cui se tu vai oggi ad una manifestazione di stocazzo tu la chiamerai “Stocazzo-Day” e sarà un meeting organizzato in una location. Siamo veramente con le pezze al culo.
Un ragionamento sulle parole e sul linguaggio ci sta anche dietro ai nomi dei progetti a cui hai partecipato: Madrigali Magri e Bachi da Pietra che, credo, abbiamo dietro dei rimandi.
Bachi da Pietra rimanda a tante cose. Baco è un termine che può essere molto contemporaneo, pensa ai bachi nei sistemi informatici, e allo stesso tempo molto primordiale. Il baco è un verme e mi piaceva l’idea che questo verme invece di produrre seta, che è un termine molto kuntziano, produca pietra che è un termine molto, come dire… molto bachiano! (ride ndr) Poi l’immagine mi piace anche per motivi più futili, come quando ad esempio si dice «sei bacato» o cose di questo genere. Mentre Madrigali Magri, a parte l’assonanza, nasce dall’idea del componimento poetico musicato, appunto il madrigale rinascimentale. Però Magri, molto meno pretenziosi. Potevamo anche chiamarci Madrigali di Merda ma abbiamo preferito Magri! Per alcuni il nostro nome era totalmente incomprensibile: «I Galli Magri»? «...I Paracarri Fari»? (ridiamo, ndr)
Il grande lavoro fonetico che sta dietro ai tuoi testi ha fatto scrivere ad alcuni recensori che il tuo modo di cantare è un simil-rap. Come reagisci ad un accostamento simile?
Bene, perché c’è anche quello. Mi rendo conto che per certi versi il genere musicale più popolarmente conosciuto oggi in cui si utilizza la parola in modo creativo è il rap. Quindi chi associa queste due cose non è molto lontano dal cogliere il nesso. Purtroppo il rap è inquinato dal fatto che chiunque lo faccia si vesta in un certo modo e gesticoli in un certo modo – la quintessenza del nostro provincialismo e della nostra idiozia totale. Ma a parte questo non è un accostamento sbagliato, anche se io non mi vesto oversize e non faccio finta di essere un nero americano che vive in provincia di Asti. Se dai in mano i miei testi ad un buon mc te li rappa tutti. Sono molto interessato all’aspetto ritmico e fonetico di ciò che scrivo ed è questo aspetto che fa ritrovare alla parola una certa forza primordiale, mentre il linguaggio prosaico mi sembra meno potente ed è anche meno nelle mie corde.
Vai alla seconda parte