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Intro: Sugli scaffali con il suo nuovo A Due ed in giro per l'Italia con la propria band, semplicemente una chiacchierata con Beatrice Antolini.
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Beatrice Antolini
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intervista
Articolo pubblicato il 24 11 2008
Questo articolo è stato letto 1222 volte

The Madcap Laughed
di
Stefano Ricci

 

Big Saloon, all’epoca della sua pubblicazione, sollevò una vera e propria ovazione da parte di tutta la stampa specializzata.
Nella stesura di questo tuo nuovo lavoro, c’è stata qualche piccola ansia dovuta all’attesa creatasi in un pubblico sempre più ampio e voglioso di vederti nuovamente all’opera oppure tutto è venuto fuori nel modo più naturale possibile ?
Tutto è arrivato come al solito nel modo più naturale possibile. Se ho avuto delle ansie sono state solo nei miei riguardi, non volevo deludere me stessa e le mie aspettative. Non è un fregasene del pubblico, è solo una ricerca di un’onestà totale in quello che si fa. Già è molto difficile capire se stessi e slegarsi dalle mille influenze che arrivano da ogni parte, figuriamoci se dovessi anche considerarle queste influenze e le aspettative degli altri....non ne uscirei viva e  non riuscirei a soddisfare nessuno , me compresa.



Sfogliando la tua biografia, ho scoperto che praticamente hai esplorato quasi tutti i generi musicali : classica, punk, rock, dark … ed, inoltre, suoni praticamente tutti gli strumenti che compongono il tuo disco.
Arrangiare un album interamente da sola, senza vincoli e supporto, ti permette di esprimerti meglio ? Di non filtrare le tue idee tramite l’operato di qualcun altro ?

Si, ho esplorato soprattutto i due estremi ed i miei gusti ricadono soprattutto in questi. Dalla musica coltissima alla musica sperimentale di avanguardia o solamente di protesta dell’animo umano. A volte trovo le stesse cose in questi due estremi.


Rimanendo nell’ambito strumentale, che effetto fa avere fra le mani un Rhodes Mark II del 1973 ?

Non è mio”! Magari! L’avevamo affittato per la produzione di due brani ed ora mi manca....


Dopo due album decisamente “inediti”, per sonorità ed approccio compositivo rispetto all’ormai corrente stereotipizzazione della musica alternativa italiana, viene facile considerarti come la mosca bianca della scena indipendente nostrana. Come ti relazioni ad essa ?

La osservo, la vedo ma la ascolto meno. I miei ascolti odierni arrivano agli anni ’80.


Con A Due, quale tipo di risposta ti aspetti dal pubblico ?

Vorrei che ci fosse apertura mentale rispetto ai soliti stereotipi musicali dei quali, almeno io, ho piene le scatole. Vorrei vedere la gente ballare o urlare o fare quelle cose che il pubblico faceva prima di diventare “annoiato”.


Cambierà qualcosa nelle tue esibizioni ?

Si cambierà spesso qualcosa , a seconda degli stati d’animo e d’essere. Farò tutto quello che mi salta in mente, non meno di un attore della commedia della’arte che ha un canovaccio sul quale imporovvisare ogni sera, ma a suo vantaggio ha la preparazione che è l’unica strada dalla quale partire per improvvisare.


A proposito … A Due, va letto in inglese o in italiano ?

Come ti pare. E’ doppio.


In molte occasioni e a differenza della stragrande maggioranza dei tuoi colleghi, per quanto riguarda l’ascolto musicale e la diffusione del peer – to - peer, hai più volte ribadito la necessità fondamentale dell’avere fra le mani un supporto magnetico vero e proprio, aldilà del formato digitale. Cosa ne pensi di Myspace, ad esempio ? Secondo te, è un buon modo per dare visibilità alle proposte di tutti gli artisti in circolazione oppure è una piattaforma che, indipendentemente dal resto, finisce solo col moltiplicare la confusione e la diffusione di materiali di scarso valore artistico ?


E’ bella la libertà di proporsi, ma altrettanto bella è l’autocritica   che a volte scarseggia ( e scarseggia il senso critico in generale).

Una nazione non va avanti senza il senso critico.


Nella stesura dei testi, hai mantenuto l’approccio fantastico e surreale di Big Saloon (mi viene in mente un certo Topogò) o la dimensione più nervosa ed intima di A Due si riflette anche nei versi delle nuove canzoni ?

I testi in questo caso, parlano di più dei miei stati d’animo. In questo disco ho messo tutto ciò che accade. (E che mi è accaduto). E’ sicuramente intimo ma come lo era anche l’altro. Non so come non essere “intima” nelle mie cose.


Ultima domanda : da un punto di vista strettamente professionale, che effetto fa collaborare con Baustelle e Jennifer Gentle ?

Penso che le collaborazioni facciano parte della carriera di un musicista, per esplorare altri “modi” e altri mondi rispetto al proprio. Sono state tutte costruttive e curiose. Ho conosciuto delle persone splendide.Io ne sono molto fiera.


Grazie della disponibilità, Beatrice … auguri per tutto !
Grazie a te, auguri a te!

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