| Articolo pubblicato il 07 04 2002 |
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Lambchop: le bizzarre visioni del cowboy che sogna
di
Emiliano Raffo
Vengono da Nashville e la loro carriera, quasi come un'imposizione, iniziò parlando il linguaggio del country. Date queste premesse credo sia dificile credere che i Lambchop possano essere oggi un punto di riferimento irrinunciabile per l'evoluzione di un certo cantautorato americano che da sempre vive nell'ombra. Come pensare che un cantante napoletano di buon talento possa svincolarsi dai ricatti della piazza e abbracciare le gioie dell'elettronica più minimalista. Eppure Kurt Wagner, certo non solo, in questa lunga avventura, è riuscito nella grande impresa. Insinuarsi in un solco presente nello scenario alternativo statunitense e fare di questa cavità il suo habitat naturale. E' come se Wagner avesse colto, da americano, ciò che a noi europei spesso sembra manifesto: negli States, nonostante un'imbarazzante ricchezza di suoni e scene, è difficilissimo fare del vero cross-over stilistico. In campo metal qualcuno già ci pensò anni fa (Suicidal Tendencies, Bad Brains), ma nel momento in cui un'intuizione diviene format, ecco che nasce un nuovo genere, nello specifico il nu-metal, che si muove su coordinate rigorosissime e rigide, autodefinendosi genere e quindi codificando una nuova estetica sonora che, paradossalmente, non ammette particolari variazioni sul tema. E allora siamo daccapo: il crossover non è più commistione imprevista, ma genere fatto, finito, impacchettato e pronto a divenire feticcio per i cultori. I Lambchop, chiaramente, non hanno nulla a che fare con il metal, ma hanno fatto, con la tradizione, un'operazione simile a quella fatta dai vari pionieri che hanno anticipato di un decennio l'esplosione defintiva del nu-metal, inteso come fenomeno da classifica. Hanno messo insieme segnali provenienti da culture diverse (la tradizione country bianca e il soul nero), tentando di rendere i singoli segnali sempre più diversi dalle fonti ispiratrici (vedi gli arpeggi quasi post-rock di What Another Man Spills). Il tutto condito dalla voce imperfetta, ma profonda ed umanissima di Kurt Wagner, cantante 'amateur' che solo dopo il successo di Nixon ha definitivamente lasciato il suo impiego di piastrellista. L'avventura iniziò con I Hope You're Sitting Down (1994), che vide l'esordio del gruppo con la City Slang. Il primo terremoto silenzioso arriva con Hank (1996), EP abbastanza lungo (segue il buono How I Quit Smoking), che può tranquillamente essere considerato uno dei momenti più alti dei primi Lambchop: cupo, nostalgico e abbarbicato agli stilemi comunicativi di un certo country scarno e miserabile, questo dischetto la dice lunga sugli scopi ultimi della band. Strano che proprio con un EP apparentemente 'tradizionale' i Lambchop arrivino a comporre due dei loro pezzi in assoluto più emotivi e significativi per ciò che evono ancora ottenere: Blame It On The Brunettes e I'm A Stranger Here. L'unico passo falso, a tutt'oggi, è rappresentato dal seguente EP (Thriller), troppo piatto per essere frutto di musicisti così limpidamente complicati. In What Another Man Spills emergono invece intuizioni quasi post che nobilitano pezzi incredibili come The Saturday Option, ma che non sempre permettono a tutti le canzoni di respirare l'aria perfetta che si respirava nel laboratorio degli esordi. Dopo questo biennio 1996-98 in cui il gruppo si è quindi diviso fra cover varie (Curtis Mayfield l'autore più gettonato), classicismo country e aperture quasi futuriste, è Nixon (2000) il disco che funge da sintesi suprema del manifesto Lambchop. Il disco, ispirato agli anni della gioventù testimone del Watergate, è un affresco complesso e strabiliante nella sua capacità di rappresentare i tanti sentimenti dell'animo umano. Wagner è un miserabile depresso che sussurra senza gioia? E allora ascoltate Up With People, uno dei pezzi smaccatamente ottimisti più veri che mi sia capitato di ascoltare. Nelle pieghe di The Distance From Her To There, invece, si coglie il travaglio di un'anima che sta lasciando la propria campagna e deve prendere in mano la propria vita. Ma i momenti memorabili di questo album essenziale per capire i Lambchop e le traiettorie del suono americano sono troppi per trasformarsi in elenco. E mentre Wagner e fanfara silente (a volte i pizzicatori di corde varie arrivano ad essere dodici) continuano a camminare decisi verso quell'orizzonte immaginario dove le radici si incontrano con la creatività, anche la stampa specializzata si è accorta di essersi inavvertitamente seduta su un giacimento d'oro a forma di divano. Quanti giornalisti, specie in Italia, se ne sono stati rannicchiati su quel divano, aspettando che qualche gruppo formato Ikea sconvolgesse i piaceri del loro comfort dal sapore antico....
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