| Articolo pubblicato il 01 05 2002 |
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Babes in Toyland: Fontanelle
di
Salvatore "Howty" Patti
Kat Bjelland: già il nome è affilato come un coltello. Cercate di associarlo all'immagine di una ragazza biondissima, intenta a strimpellare con lucida determinazione la sua chitarra elettrica ed a cantare come se le stessero strappando la carne, mentre attorno a lei esplode una ritmica tribale e forsennata. Ecco le Babes in Toyland, la band che più di ogni altra incarna la definizone di "furia uterina" in campo rock.
Le Babes erano la creatura di due "sorelle" adottive: Katherine "Kat" Bjelland, girovaga di origini norvegesi in perenne fuga da se' stessa con un passato rock nelle Sugar Baby Doll insieme a Jennifer Finch (L7) e Courtney Love (Hole), e Lori Barbero, che alle spalle aveva pessime esperienze di droga, alcoolismo ed abusi. Si incontrano nel 1986 a Minneapolis e scoprono di essere due anime affini: entrambe prive di radici o famiglia, segnate da un dolore ed una rabbia troppo intensi per poter essere raccontati. Kat non se la cava molto bene con la chitarra ed è convinta di non saper cantare, Lori non ha mai imbracciato uno strumento, ma lì nascono le Babes in Toyland: e da subito la musica appare quasi un pretesto; per loro suonare è sfogo purificatorio, rito catartico nel quale annullare rabbia e sofferenze. Kat convince Lori a sistemarsi dietro i tamburi, e con l'arrivo di Michelle Leon al basso le tre licenziano il primo album. "Spanking Machine" (1990) cattura l'attenzione della Gioventù Sonica nella persona di Thurston Moore, che le invita ad aprire i concerti dei Sonic Youth, il secondo disco ("To Mother", 1991) balza in cima alle charts indipendenti e fa crescere la febbre attorno ad uno dei gruppi più furiosi in circolazione: la Barbero suona la batteria come mille tamburi tribali, la Bjelland aggredisce i sensi con urla scomposte, sgraziate e soffertissime. E' il momento del capolavoro che arriverà, inevitabilmente, l'anno successivo, con Maureen Herman che sostituisce la Leon al basso: si intitola "Fontanelle".
Che l'aria sia cambiata è evidente sin dal primo secondo di Bruise Violet, che apre i giochi con un magnifico riff di chitarra sul quale la Bjelland strilla scatenata mentre la sezione ritmica rende l'aria quasi opprimente: è un pezzo monumentale, che trae origine ed ispirazione dal punk ma lo supera in forza espressiva, è proto-grunge nero e sporco, dotato di una comunicatività e di un impatto senza precedenti. Una furiosa miscela di grind e punk che raggiunge un primo agghiacciante climax in Blue Bell, quando la Bjelland urla (ed urla davvero, come se nessuno lo avesse mai fatto prima di lei) "You are dead meat, motherfucker, you don't try to rape a goddess!".
Questa è l'arte estrema delle Babes in Toyland, un'aggresisone che sfocia nella teatralità lirica eppure talmente intensa da non lasciare spazio alla cerebralità. Handsome & Gretel è punk come le riot grrrls non riusciranno mai a scrivere, è grunge che le L7 possono sono sognare: la chitarra della Bjelland alterna riff memorabili a volute dissonanze che la Barbero sottolinea con il suo rullare scomposto, tutto animato da una tensione quasi esplosiva che si esaurisce in un minuto e cinquantuno secondi di fuoco. Siamo al quarto brano ed è già un'apoteosi.
Ma di bellezze questo album ne distilla ancora molte: si immerge nella tribalità punk/blues di Magick Flute, scritta e cantata dalla Barbero, che libera l'ossessivo mantra ritmico in un refrain veloce e pulsante rabbia purissima, fa esplodere l'istrionismo della Bjelland, che alterna toni da bambola e strega nel rockabilly trasfigurato di Pearl, evidenzia una capacità di contaminazione che non pare conoscere limiti: come i Gun Club che suonano heavy metal, o i Sonic Youth in trance voodoo. Prendete Spun, la sua melliflua introduzione cantata con voce da serpente e poi, improvvisa, l'esplosione: chitarre che prendono - di nuovo - a bruciare, la Bjelland che scandisce le parole in maniera inaudita ("Now-That-I-Know-Just-What-It's all about/NOW I WANT OUT!") per un rifiuto estremo ed assoluto, prima di acquietarsi di nuovo dopo un lunghissimo lamento. E che dire di Mother, un altro di quei pezzi che lasciano con la lingua penzoloni? Prendete le Hole purissime di "Teenage Whore", aggiungete altra adrenalina ed altra sofferenza sentita, indigesta, palpabile nei brevi e rabbiosi versi di una ragazza che ha conosciuto troppo tardi la sua vera madre ("You are me, you are me... mother"). E, alla fine, la consapevolezza di non poter concludere un simile disco se non con la lucida ed agghiacciante calma di Gone, ovvero il canto di Kat alla chitarra coperto dal suono di bottiglie che vanno inesorabilmente in frantumi.
Le Babes in Toyland erano una forza della natura, una furia incontrollabile ed inarrestabile, caratterizzate da una inaudita violenza strumentale ed una teatralità cupa ed urlata. Erano disperazione e liberazione. E riuscirono ad imprimere l'intensità del loro vissuto inquesti solchi come raramente sarebbe riuscito ad altri: "Fontanelle" fu disco così intenso da segnare un punto definitivo per la band: il successivo "Nemesisters" venne tre anni dopo (1995) ed era tutta un'altra cosa, infinitamente più sciapo e spento. Ma non serviva altro per restare nella storia del rock: le Babes in Toyland erano già bruciate qui.
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