| Articolo pubblicato il 18 10 2007 |
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In Rainbows: vera scossa al mercato o speculazione mascherata?
di
Stefano Bartolotta, Thomas Paulo Odry, Daniele Suardi, Mattia Bergamini, Marco Boscolo
Stefano Bartolotta Ormai lo sanno anche i sassi: i Radiohead hanno dato agli ascoltatori la possibilità di scaricare legalmente il loro ultimo disco, scegliendo loro stessi l'entità del contributo economico da versare nelle casse della band. Al contempo, se qualcuno fosse ancora così legato ai formati tradizionali, può spendere la ragguardevole cifra di 40 sterline, e vedersi recapitato il disco ai primi di dicembre, trovandosi comunque compreso nel prezzo il download ora, e soprattutto un disco in più al momento della consegna del prezioso pacchetto. A questo punto verrebbe naturale levare un applauso nei confronti di una band che ha deciso di stabilire quasi un rapporto di fiducia con il proprio pubblico, in barba al sistema del mercato discografico. L'idea del decidete voi quanto ci meritiamo è indubbiamente di grande effetto, e soprattutto fa in modo che tutti, fans dei Radiohead o no, inizino a porsi delle domande su dove vanno a finire i loro soldi. Perché la stragrande maggioranza dei compratori di dischi nei negozi, una domanda come questa se la pone solo se viene stimolata dalle scelte di una band di grande nome. Infatti, finché i Crimea consentono il download gratuito del loro disco, oppure gli Stars lo mettono su i-tunes mesi prima della loro release ufficiale, con tutto il rispetto per queste due ottime bands, l'uomo della strada di domande non se ne pone, e probabilmente nemmeno la maggior parte degli addetti ai lavori. Così, invece, viene naturale, da parte degli acquirenti, chiedersi almeno cose del tipo: "Ma dei soldi che io lascio al negozio di dischi, quale percentuale va alla band?". E anche per le etichette si impone una riflessione sulla reale necessità di tutti i passaggi intermedi che si verificano oggi, da quando il disco esce dalle loro sedi al momento in cui entra nelle case degli ascoltatori. Ecco la grande forza di quest'operazione: gli effetti che potrebbero durare nel tempo e portare benefici sia ai produttori che agli ascoltatori non deriveranno dall'operazione in sé, ma dai risultati dell'analisi che ne consegue. Analisi che, volendo, avrebbe potuto farsi tranquillamente anche prima, ma siccome nessuno ci ha seriamente pensato, i Radiohead hanno deciso di fare né più né meno del bambino della favola del vestito del re. "Il re è nudo" hanno urlato i cinque di Oxford, e solo una voce autorevole come la loro può fare in modo che tutti gli altri si tolgano le fette di salame dagli occhi.
Come ogni medaglia, però,anche questa ha l'altra faccia, che è quella della facilità con cui i Radiohead avranno un guadagno economico molto, ma molto più alto rispetto ad una distribuzione secondo i meccanismi canonici. A fare i conti della serva, il risultato è impressionante, a tal punto che non si può evitare di chiedersi se questi non ci stanno prendendo tutti per i fondelli, ed in realtà hanno solo capito come guadagnare di più. Non trovo fantascientifico immaginarsi che gli stessi saranno quattro volte superiori a quelli che avrebbero ottenuto senza questo tipo di scelta. Immaginando, infatti, che i distributori paghino ogni cd sui 10 euro, per rivenderli poi ai negozianti a 13-14 euro e i negozianti li rivendono a 18-20 euro. Ma questo discorso non c'entra con quanti soldi vanno alla band. Diciamo che, sui 10 euro che il distributore paga, 4 vanno alla band e 6 all'etichetta. Ora, i Radiohead, per ogni cd che venderanno, di euro ne guadagneranno 60 e non 4, sono 15 volte tanto. Però è impensabile che tutti coloro che avrebbero comprato il disco nei negozi spenderanno 40 sterline per questo. Facciamo che solo un quarto della gente arà disposta a farlo. Il rapporto però tra un quarto della gente che pagherà e il 1500 per cento di guadagno su ogni vendita, fa 4 volte. E se anche fossi stato largo, questo è il calcolo solo su chi comprerà il cd originale, senza contare tutte le libere oferte che ricaveranno dal download. A mio avviso, però, l'ombra più scura che accompagna il tutto è data dall'impossibilità di ascoltare l'opera nella sua interezza senza spendere le 40 sterline (visto che presumibilmente nessuno sarà così filantropo da condividere il secondo disco dopo aver speso quella cifra). Questo risvolto resta l'unico negativo anche se si ritiene che la band sia, passatemi l'espressione, in buona fede. "Le opinioni sono come la cravatte: ognuno ha le sue" scrivevamo nella vecchia versione del nostro webmagazine, ed è sicuramente difficile stabilire oggettivamente quale delle due facce della medaglia sia la più rappresentativa: ognuno si terrà la propria idea se applaudire i Radiohead o guardarli con diffidenza. Personalmente io li applaudo, anche perché i maggiori ricavi potranno rappresentare per altre bands di nome uno stimolo a cercare idee che possano rendere più sensato questo attuale sistema del mercato discografico. E' infatti utopistico sperare in uno sforzo collettivo in questa direzione, senza un ritorno concerto per chi lo fa. I Radiohead hanno dimostrato ampiamente che chi è in posizione di forza può operare guadagnando per sé e portando un importante contributo al miglioramento generale, e questo non può che essere un esempio di come il fine non solo giustifichi i mezzi, ma li renda quasi necessari.
Thomas Paulo Odry Questa è una storia vecchia come il mondo: come si fa a combattere alcuni fenomeni di "illegalità" particolarmente diffusa? Semplice: legalizzandoli. Come è stato fatto con il calcio-scommesse qualche anno fa. Come è stato fatto - in alcuni Paesi - con la prostituzione o le droghe leggere. Tralasciando qualunque considerazione o giudizio in merito, è indiscutibile che si tratti di fenomeni talmente diffusi da risultarne impossibile l'annientamento: e allora tanto vale cavalcarli, lo Stato, i privati e, non ultimi, i singoli cittadini. Meglio andare a giocare il "picchetto" nella bisca sotto casa, avvolti in un cappotto e indossando baffi finti per non farsi riconoscere, oppure andare in una qualunque ricevitoria a giocarsi i cinque euro alla luce del sole? Meglio le puttane per strada, sfruttate, picchiate, con il rischio di finire ogni due per tre su qualche camionetta della polizia, oppure una passeggiata nel quartiere a luci rosse di Amsterdam? Lasciamo stare considerazioni filosofiche, morali, etiche: queste lasciamole fare agli illustri perbenisti che hanno tanto tempo da perdere. Qui si tratta di pragmatismo. Bisogna essere "pratici", concreti. Questo hanno fatto i Radiohead: hanno legalizzato la pirateria contro sè stessi. Sono stati pragmatici, "pratici", cercando di ricavare quanto più possibile dalle evoluzioni informatiche degli ultimi anni. Non inutili battaglie, non futili crociate contro il peer-to-peer: 'fanculo, la realtà è questa e ci si deve convivere. E allora tanto vale cavalcare il fenomeno e spremerlo il più possibile. Oggigiorno chiunque voglia avere gratis un disco qualunque (o quasi), può averlo scaricandolo da internet. Con o senza il permesso dell'autore, in barba a qualunque legge. E non ci si può far nulla. Come perseguire un fenomeno oramai così diffuso? I Radiohead hanno quindi pensato bene di "legalizzare" il download del loro nuovo disco dal loro sito, perchè tanto chiunque lo avrebbe voluto scaricare gratis da internet, comunque prima o poi lo avrebbe fatto. Invece, con questa "manovra" della libera offerta, qualche soldo (sicuramente più di qualche soldo) lo racimoleranno. Quindi, una fonte in più di guadagno. Idea geniale, non c'è che dire. Poi ci sono i fan, i feticisti, quelli che sono disposti a pagare qualunque cifra pur di avere qualunque cosa originale dei loro beniamini, anche (e magari soprattutto) un paio di mutande sporche: bene, loro sono accontentati con il cofanetto da 60 euro. Ottimo. E poi? E poi ci sono io, e magari tanti altri come me: quelli che escono perdenti da questa storia di moderna multimedialità. Io adoro i Radiohead e ho tutti i loro dischi originali, ma non sono un feticista. Allo stesso tempo non ho grande simpatia per gli mp3, per il download e per il peer-to-peer: a me piace avere il CD originale, con il suo booklet e tutto quello compreso. Si, lo so, sono vecchio, fuori moda: posizioni forse bigotte, reazionarie, superate. Però è così, non faccio male a nessuno, se non al mio portafoglio. Io, ovviamente, sarei stato ben felice di poter comprare - originale, al negozio - questo "In Rainbows", come ho sempre fatto per tutti i dischi dei Radiohead. Si, sarebbero andati bene 20 euro, ma anche 22, e anche 25, non importa. Ma ora cosa dovrei fare? Spendere 60 euro per un cofanetto? Si, bello quanto si voglia, ma dei vinili che cacchio me ne faccio? Si, si, sono belli, e poi il suono è molto più caldo, e poi vuoi mettere il crepitio dei vinili? Si, certo, e poi non ci sono più le mezze stagioni e la mamma è sempre la mamma... La verità è una: con questa abile manovra commerciale i Radiohead riusciranno a conquistare tanti nuovi ascoltatori tramite il download gratuito dal loro sito, ricaveranno bei soldi tramite le libere offerte di chi avrà buon cuore e voglia di farlo, e accontenteranno quei pochi feticisti con il cofanetto. A rimanere delusi e bastonati sono tutti quei fan, come me e come tanti altri, che avrebbero preferito semplicemente comprare il CD originale al negozio ad una cifra decente, la solita. Ora, invece, saremo costretti a dibatterci per settimane intere "cofanetto-si/cofanetto-no", ed eventualmente a buttare (o comunque - meglio - "spendere", perchè i soldi spesi per i Radiohead non sono mai buttati) 60 euro. Perchè? Ce n'era proprio bisogno? Io intanto, nel dubbio, ho deciso di giocare con le loro stesse carte e mi sono scaricato gratis il CD dal loro sito e me lo sto ascoltando inorridito in una merda-di-CDR, perchè meglio di niente. Peccato. Peccato perchè è un altro grandissimo disco dei più bravi in circolazione, e avrebbe meritato un ascolto diverso. Così come i loro fan avrebbero meritato un trattamento diverso. Cofanetto-si/cofanetto-no? Ma vaffanculo, poi ci penso.
Daniele Suardi Voglio credere che in questo mondo dove sempre, ovunque e comunque “il prezzo lo fa il mercato” ci sia qualcuno che nel tempio (o quasi) dello star-system che, più che il coraggio (non credo proprio che i nostri eroi se la passino così male), abbia avuto la voglia di dire per primo, “adesso il prezzo fallo tu”. E qui non c’è I-Tunes che tenga, perché il fatto degno di nota è, al di là della buona o cattiva fede di Thom Yorke e soci, il tentativo di responsabilizzare il rapporto produttore-consumatore, eliminando gli intermediari e cercando di andare oltre al vediamo-quanto-riesco-a-fregarti-‘sta-volta generale. Una vera e proprio eresia nell‘odierna società dei consumi e della cattiva coscienza dell’artista. Chissà che questo non possa essere visto come un passo verso la realizzazione di diversi modi di intendere i rapporti di scambio. Utopia? Fantascienza? radical-chic-revolution?... Forse sì, però…
Dopodiché ci sono i 60 euro del cofanetto. Che questa proprio all’inizio non la capivo e forse non la capisco tuttora. Ancora, voglio credere che questa sia una specie di provocazione (Voglio crederlo perché l’alternativa mi disgusta…). Ovvero: noi facciamo musica, siamo stanchi di assemblare booklets soltanto per giustificare il prezzo elevato del “feticcio” cd, se vuoi la musica vai e scarica fratello, una mano sulla coscienza e una sul portafoglio; vuoi l’oggetto in sé e per sé? vuoi l’artwork? bene lo stesso, anzi, ti riempiamo il cofanetto di gadgets, ninnoli e cotillons ma lo dovrai pagare salato. Almeno quanto si paga nelle librerie e nelle mostre un normale catalogo di un artista mediamente affermato. Jean Baudrillard nel Sistema degli oggetti sosteneva che la peculiarità della società consumistica non fosse tanto quella di essere un sistema votato allo sperpero, alla sproporzione tra i consumi effettuati e le esigenze effettive, piuttosto quella di non saper vivere le esperienze al di fuori degli oggetti che le rappresentano. Per oggi voglio credere tutto questo sia un’ispirata strategia culturale più che una sgamata pianificazione di Marketing. Per oggi sarà questo quello che crederò, da domani si vedrà. Bene, il download di In Rainbows è terminato, ora è il momento della musica.
Mattia Bergamini Per me l'operazione download gratuito ci sembra geniale solo per la cecità di molti artisti e case discografiche: credo che i Radiohead abbiano semplicemente pensato "se facciamo uscire il classico cd tempo 2 giorni dall'uscita del cd, o una settimana dall'invio del primo promo, e in rete tutti avranno a disposizione il nostro disco, quindi tanto vale che lo facciamo scaricare legalmente con il prezzo a discrezione dell'utente scaricante, così qualche buon'anima ci lascia pure qualcosa, e possiamo continuare a portare i bambini in vacanza in Cornovaglia", l'offerta libera/donazione è comunque un mezzo utilizzato da decenni alle sagre di paese, nei musei inglesi e dalla tv pubblica americana, e in tutti e tre i casi ha sempre funzionato bene, e continuerà a funzionare in tutti quei casi in cui "ci si sente giusti a premiare economicamente chi fa la cosa giusta"; dall'altro lato l'operazione di marketing estremo acconten ta i fan più accaniti e siccome in questo caso le spese di spedizione non vanno ad aggiungersi al prezzo del pacchetto forse vuol favorire certi mercati internazionali (il Giappone?), e fa comunque leva sul seguito del gruppo, e su certe inclinazioni feticiste: come fu per i Pearl Jam che dopo il mezzo flop (per le loro cifre usuali, s'intende) di Binaural s'imbarcarono nell'impresa apparentemente folle e anti-commerciale dei "bootleg ufficiali" e così "tra il 2000 e il 2001 pubblicarono 72 album e stabilirono il record per classificare più album al debutto contemporaneamente nella Billboard Top 200" (wikipedia). Tirando le somme, si riducono i rischi al minimo (nessuna distribuzione capillare), si approfitta delle stranezze della cosa e della "trovata" per farsi un po' di pubblicità strizzando l'occhio alle dichiarazioni catastrofiche sul mercato discografico (che hanno sempre il loro appeal) e a chi scarica abitualmente la musica, non si deve spartire più la torta con tutte quelle strutture che allontanano l'artista da chi ascolta la musica, e si riacquista anche il pieno controllo creativo. Insomma, i vantaggi di un'operazione del genere sembrano notevoli. Poi c'è anche la musica in sé, ma quello è un altro discorso (e in certi casi finisce per occupare la parte meno rilevante dei discorsi che si fanno tra web, radio e carta stampata), e tanto io il disco mica l'ho sentito!
Marco Boscolo premetto che mi piacciono molto, i radiohead, soprattutto dopo ok computer, in questa loro svolta intellettual-elettronico-futuribile. sono un band che ha trovato una propria voce, non sempre così originale - secondo me - rispetto a quello che si legge in giro. sicuramente forte e riconoscibile. l'idea di bypassare il circuito di distribuzione tradizionale non mi sconvolge: in fin dei conti non hanno fatto niente di diverso da chi mette la propria musica su myspace o qualcosa di simile. hanno chiesto di lasciare una sorta di "offerta" a chi scaricava il disco. anche qui niente di nuovo. anche in questo, credo che abbia fatto molta più notizia che siano stati i radiohead - e i loro presunti guadagni sulla propria musica - a far gridare al miracolo i media. qualcosa che è suonato come "pensa a tutti i soldi che potevano fare a vendere in negozio il disco. così anche tutti i morti di fame potrannoa scaricarselo gratis." a parte che tutti quelli che lo volevano gratis, lo avrebbero scaricato lo stesso pirata. qui secondo me non c'è nessuna presa di posizione in questo senso, se non nell'accettare che chi vuole procurarsi via download illegale la musica, lo farà comunque, tanto vale prendere atto e adeguarsi al mercato. in questo senso sì, i radiohead sono una band di oggi. se fossero una band di domani, probabilmente non avrebbero nemmeno fatto un "disco", ma presentato in live streaming le loro canzoni, mai vendute, ma distribuite via bootleg ufficiale o qualcosa del genere. l'operazione attuale suona di mediatico per due motivi: i feticisti compreranno il disc-box da 40 sterline (e i radiohead secondo me lo sanno benissimo e sanno che non sono così pochi) e il fatto di essere i primi a farlo così ha fatto da grande cassa per il pubblico. immaginate quanti poco interessati alla musica dei radiohead hanno deciso di scaricarsi "in rainbows" a 2-3 euro o gratis. magari poi andranno a un concerto, dove il guadagno della band lievita. infine, secondo me, l'operazione va valutata in relazione al tour: quanta pubblicità gratuita da questa operazione hanno ricevuto? quanto aumenteranno i prezzi dei biglietti (del tipo: disco=gratis, ma se ci vuoi poi sentire, paghi caro)? sono pieno più di domande che di risposte
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