| Recensione pubblicata il 23 07 2007 |
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There's More Hype In Third Album
di
Marco "bos" Boscolo
Dove finisce l'omaggio a un artista e a un sound e dove inizia, invece, il saccheggio, la ricopiatura di uno stilema? Questo è stato l'interrogativo che ha accompagnato qualsiasi discussione attorno ai primi due dischi degli Interpol. I recensori si sono dilungati sulla somiglianza tra la voce di Paul Banks e quella di Ian Curtis. Si diceva che le loro canzoni potevano facilmente venire classificate alla voce – orribile coniazione postmoderna - revival new wave. Quasi che non ci fosse niente in PDA o in Next Exit, tanto per citare due tra i brani migliori del quartetto newyorkese, oltre a un adattamento al pop odierno degli stilemi darkeggianti della wave che ha avuto nei Joy Division e negli Echo and The Bunnymen due apici irripetibili. Argomentazioni che hanno retto nonostante, o proprio a causa del botto commerciale di Turn On The Bright Lights (2002) e Antics (2004): gli Interpol come epigoni delle grandi band appena citate e sfruttatori del successo globale di questo nuovo sguardo all'Inghilterra degli anni '80. Pensiero che ha retto la discussione, soprattutto attraverso la Rete, generata anche dalla circolazione di The Heinrich Maneuver, il singolo che ha preceduto l'uscita di questo Our Love To Admire. In poche parole: un lato b di Antics.
Ma se il successo di Carlos D e compagni è sicuramente legato all'essere stati al momento giusto nel posto giusto, cioè licenziare il primo disco in un periodo di revival (Franz Ferdinand, Editors e compagnia), lo è almeno quanto è legato alla bontà dei brani. PDA, la stessa Turn On The Brights Lights, piuttosto che Slow Hands o Not Even Jailed hanno alternativamente fatto accelerare o rallentare il battito cardiaco di tantissimi (neo-)romantici in circolazione. Questo discorso deve necessariamente fermarsi qui. Our Love To Admire non segna soltanto la prima produzione affidata ad un esterno (Rich Costey, guarda caso già al lavoro per i Franz Ferdinand, oltre che degli ultimi due Muse) e l'approdo a una major, ma l'indicazione di una propria personalità. Che sicuramente muove da radici evidenti, ma cerca di essere una voce originale.
Scarto non così netto, ma evidente fin dall'immagine scelta per la copertina: una scena di animalità quasi selvaggia, popolata di animali che hanno costruito, per certi versi, la mitologia di una parte della musica popolare. Basti pensare all'immaginario naturale legato alla musica folk e country a stelle e strisce. Certo ci sarebbe piaciuto di più che la coerenza minimal e cromatica, tutto rosso bianco nero, fosse stata mantenuta, ma bisogna apprezzare anche il valore simbolico di tale cambiamento. Con questo album gli Interpol hanno probabilmente smesso di imitare la musica che piaceva loro, quella musica che avrebbero voluto ascoltare in un disco altrui, e hanno cominciato a fare la musica che volevano, che sentono di avere dentro, che sentono necessaria. Anche l'apertura a testi più comprensibili di Antics (fondamentalmente legati all'amore e le sofferenze connesse) è stata rigettata. I testi sono oscuri, inintelligibili, ma riescono, grazie all'interpretazione di Banks, a conferire ad ogni singola parola una sfumatura di immensità. Quasi che mettersi dietro al microfono per cantare significhi portarsi dietro (e dentro) un peso insostenibile. Allo stesso tempo la musica è sempre tesa, seppure generalmente meno cinetica di prima, capace tanto di suggerire la claustrofobia, quanto l'angoscia. Ma più di tutto una tensione che è sempre urgenza, un qui e ora senza domani. In questo senso sì che non si possono dimenticare le parole come macigni di Ian Curtis.
Pioneers To The Falls è un mid-tempo sul quale al chitarra di Carlos D incide fotogrammi cinematici di rara efficacia. Tutto il pezzo sembra l'annuncio di una tragedia, come un continuo spannung senza climax. Se ne esce spossati, ma la successiva No I In Threesome è un riposo solo all'apparenza. Anche quando i ritornelli sono quasi slogan, come in The Scale e All Fired Up, è quasi difficili scovarli tra le pieghe abrasive delle linee di chitarra e le schegge metronomicamente algide della sezione ritmica. I brani e le atmosfere di Our Love sembrano del tutto rivolti al torbido, all'incontrovertibile, alla morte. Morte che altro non è, e non può essere, che l'estrema trasfigurazione di una bellezza irraggiungibile e inafferrabile, la dissoluzione del tempo a scapito dell'esistenza individuale, un nirvana lisergico, definitivo e obbligato. C'è sentimento, in ogni accordo, in ogni verso. E c'è tutto. C'è l'omaggio a Curtis, ci sono le atmosfere chiaroscurali dei Cocteau Twins (The Lighthouse), la potenza visionaria della neo-psichedelia brit (Rest My Chemistry), l'ardore angst (The Heinrich Maneauver), i R.E.M. prima maniera virati seppia (Mammoth). Forse gli Interpol non saranno mai i fenomeni che vorremmo, capaci di incidere a lettere di fuoco il loro nome nella storia del rock. Forse non riusciranno nemmeno a realizzare un grandissimo album, nella loro carriera. Di sicuro, però, sono riusciti a trovare se stessi all'interno di una marea putrescente di emuli, cloni ed epigoni. Non è poco. |