| Recensione pubblicata il 11 04 2008 |
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Con Canterbury nella testa
di
Marco "bos" Boscolo
Non fatevi ingannare dalle prime tracce, sicuramente non tra le migliori di questo esordio dei Centenaire. Le cose cominciano ad assumere contorni più nitidi verso il quinto episodio, quando il ricco parterre di strumenti a disposizione decide di modellare la melodia e le armonie come si trattasse del delicato collo del cigno del titolo. Qui fanno capolino per la prima volta anche le percussioni, per quanto discrete, a segnare un passo più sicuro in un disco che fino a questo momento sembrava non trovare le propria strada.
I Centenaire non sono alle prime armi, e si sente dalla sicurezza con cui si avventurano in un terreno delicato, quello dell'eredità del suono di Canterbury, riuscendo a uscirne senza le ossa rotte. E anzi regalando qualche momento assolutamente godibile. Perizia compositiva, oltre che tecnica, che emerge anche dalla varietà degli strumenti, dagli archi agli organi di vario tipo, percussioni varie e chi più ne ha, più ne metta. Eppure la formazione è accreditata di soli quattro membri: Damien Mingus (che cognome pesante!), Aurelian Poitier, Axel Monnoeau, Stephane La Porte. Su disco, però, sembrano più una piccola orchestra che gira le piazze di un paese immaginario fatto di folk, root, slittamenti prog e post, psichedelia che ammanta molte cose qui dentro. Il paragone, almeno attitudinale, più vicino è quello dei Penguin Café Orchestra, ma si potrebbe dire anche il primo Wyatt solista. Un disco registrato in presa diretta, che testimonia l'affiatamento di una band che propone un sound non immediato, ma di sicura presa per chi saprà concedere il giusto spazio.
La musica dei Centenaire è fatta di equilibri complicati, che si vedono a volte guardando in controluce al tramonto, o come quando si guarda il cielo da sott'acqua. È musica che sembra parlare sottovoce, senza mai alzare la voce, ma riempie le stanze e sembra buona per accendere un caminetto e godersi un bottiglia di vino rosso. Non fatevi ingannare, la seconda parte del disco è tutta di alto livello, tanto da non permetterci di scegliere un brano: forse i violini di The Day Before o l'atmosfera bucolica e rilassata di Riverside, o ancora l'intimità di You. |
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