La ricetta la conosciamo: prendere una manciata di strumenti e suoni della musica popolare di tutto il mondo; aggiungere un tradizionale combo rock basso-batteria-chitarra; scegliere in egual misura dai vari generi ballabili attualmente noti, dalla pizzica al reggae alla disco all’immancabile ska; parafrasare in chiave “folk” un classico titolo pop-rock (in questo caso un marchio…); declinare infine il tutto secondo differenti lingue e dialetti.
Sarà un pregiudizio di chi scrive, ma emerge l’atroce dubbio: che senso ha mischiare tutte queste culture e generi musicali, accostando interi mondi senza soluzione di continuità e senza senso logico? Voglio dire, ben venga il crossover, la sperimentazione, l’accostamento di stili diversi che fa nascere qualcosa di nuovo, attenzione però a che il meltin pot non sfoci in un prevedibile miscuglio che in realtà non rischia niente, puntando un po’su tutto per azzeccare prima o poi il colpo. Ma non si rischia così di passare in rassegna tutto lo scibile con un po’ troppa superficialità? Basta un ritmo in levare a fare un pezzo reggae? E ancora, suonare tutti i generi ballabili e saltabili a un concerto può andare bene a una o due feste, ma un disco non dovrebbe essere un’altra faccenda?
Così si finisce per accostare il Salento all’Irlanda, la Sicilia a Bristol e all’Emilia. Le lingue e i linguaggi si mischiano ma manca una scrittura che sostenga e unisca i brani in modo non proprio prevedibile. La carenza di scrittura viene alla luce proprio quando la band infila una cover piuttosto riuscita di “Cosa succede in città” del Blasco nazionale. Anche se il pezzo non è poi questo capolavoro si sente che ha comunque quel qualcosa che manca alle altre tracce: grinta, sfrontatezza e un’idea forte e ben precisa alla base.
Il disco d’altronde è suonato bene e senza sbavature, la qual cosa finisce per non essere necessariamente un pregio: paradossalmente all’impeto che si suggerisce nelle scelte musicali, ai testi e agli ambienti per così dire culturali cui si vuole fare riferimento fa eco una pulizia nel suono e nell’esecuzione che evoca più una sobrietà da sala prove che l’ebbrezza di una balera folk-punk. Anche la produzione non aiuta, con suoni buoni un po' per tutte le occasioni e i generi, che conferiscono a tutto il lavoro un marchio sonoro alquanto datato e sgonfio. Insomma tutto richiamerebbe a foghe e a scalmanatezze che in fin dei conti sono tradite invece da una compostezza piuttosto parrocchiale.