| Recensione pubblicata il 30 09 2009 |
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Scritto nella carne
di
Marco "bos" Boscolo
L'incontro avviene casualmente per le vie del centro. Lei cammina distratta, pensando a tremiti e sudori che furono (e saranno nuovamente?). Lui accompagna la figlia a lezione di pianoforte, la moglie lontana (o vicina?). Gli sguardi si incrociano. Vieni da me tra un'ora. “La situazione è tranquilla”. Il mio mondo è immaginato. Mia figlia, il tuo uomo. I messaggi notturni e le t-shirt arruffate, “che tu ricordi certamente bene”. La passione di allora e l'irrefrenabilità di oggi. È solo una delle storie che Mario Pigozzo Favero ha messo dentro al nuovo disco dei suoi Valentina Dorme, La carne, a quattro anni di distanza da “Il coraggio dei piuma”, in una canzone che ha il titolo di un noir di Carol Reed (Grand Prix a Cannes nel 1949, sceneggiatura di Graham Greene e Orson Welles). Nella Treviso dei Valentina Dorme non si parla di occupazione nazista come nella Vienna del film, ma le tinte (bianco e nero) rimangono scure, turbate. L'irrequietezza dello spirito è la cifra di tutto il disco, che si intitola come un film di Marco Ferreri, ma fa pensare anche a Carne tremula di Almodóvar: una carne fragile e ferita, nella quale si incidono le ferite dell'animo, i segni degli amori. Perché, come suggeriva Giovanni Lindo Ferretti (Barbaro), bisogna amare “la carne e la sua controparte”: il carnefice.
La narrazione musicale di Pigozzo Favero è supportata dalle chitarre di Alberto Scapin, mai così abrasive e rock, la ritmica sempre accurata di Massimiliano Bredariol e dal duttile basso di Mario Gentili, ma è resa ancora più efficace dagli arrangiamenti di Fabio De Min (Non Voglio Che Clara, qui anche al synth in più di un episodio) e dagli archi (violino e viola) di Nick Manzan, alias Bologna Violenta. La carne è il miglior lavoro in studio dei Valentina Dorme e già l'iniziale Un nome di fantasma, che trasforma in rock l'arte degli Ardecore, mette in luce come oggi non ci sia nessuno in Italia che scrive come Mario Pigozzo Favero, songwriter vero e raffinato, con la capacità tutta carveriana di raccontare un universo in quattro strofe, il dramma del tradimento in quattro versi: “diceva di Problemi/ andava dalla sorella/ l'ho vista ridere/ col medico del paese”. L'amore e gli amori sono sempre al centro delle canzoni, ma mai declinati in termini romantici, quasi che la volontà sia quella di raffigurarne le diverse possibili sfumature, tralasciando l'ovvio. Benedetto davvero è una galoppata per una Treviso notturna con “l'amore che c'è/ e che trovi lungo le parallele/ della tangenziale”, che dal vivo infiammerà il pubblico, assieme al facile struggimento di Trieste centrale (“lui ama un'altra/ quindi Anna/ raccogli smeraldi e stracci/ e scappa”).
È però nei silenzi, negli sguardi rivolti all'infinito che i Valentina Dorme trovano la magica quadratura del cerchio: I girasoli è una ballad languida e sensuale, ma venata di una malinconia profonda (“sopra ogni cosa/ quando parli di tuo padre/ guardi me/ e poi guardi altrove”), su foto seppia e archi da cinema muto. La più breve canzone del disco, La buonanotte in francese, a dispetto del titolo leggero, è tutti i pensieri che non abbiamo mai il coraggio di formulare compiutamente: “tu sei nella pancia tonda/ nel vomito al mattino/ nelle cose dette a fiumi/ baci sospesi/ nelle ovvietà”. Un minuto e quarantotto secondi che aprono squarci su quotidianità abissali. Sotto il suono apparentemente scanzonato di Giulia Bentley in estate si nasconde l'ossessione (“il gloss perfetto/ a quest'ora è un po' strano”, “le nostre ossa mai così lontane/ tu che soffi/ bugie leggere da centro città”). La verità, se negli amori c'è ne fosse una (e una soltanto), è che l'amore non è dei forti: è fatto di “guerre poche/ e combattute male”, l'amore “non ha saputo/ e non sa invecchiare bene/ di troppe frasi che andrebbero urlate/ dette invece sottovoce”. C'è tutto dentro la disperata lucidità di un amore che diventa un coltello nella carne. O come suggerisce la copertina, un colpo di pistola e poche gocce di sangue. |