| Recensione pubblicata il 19 11 2009 |
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L'abito buono
di
Luca Barachetti
Un esordio assai promettente e gustoso alla ricerca di una propria via tra De André, Buckley, Branduardi e la canzone francese ("Caduto", 2005). Poi una seconda prova dove l'impianto strumentale – rigorosamente acustico – si fa più elaborato e classicheggiante, sul filo di una canzone d'autore che da Bindi a Endrigo già nei sessanta cercava partiture e non solo accompagnamenti per i testi ("Indossai", 2008). E ora un ep (anche se in verità tra i primi due dischi ce n'era già stato un altro: “Soffio di nero”, sempre del 2008) a continuare un discorso che in fatto di ricercatezza ed eleganza ha sempre avuto il suo bel dire. Alessandro Grazian è tra i più dotati cantautori che abbiamo potuto sentire negli ultimi anni; in pochi possono vantare una scrittura che cerca via oblique nel pieno della tradizione come la sua, eppure ad oggi dobbiamo ammettere che non ha ancora scritto la canzone che lo ricordi. Questione di tempo e circostanze? Possibile. In “Caduto” ci provava Santa Sala, per “Indossai” la voce di Emidio Clementi dava quel qualcosa in più, ma non abbastanza, al cinemascope antimoderno di San Pietroburgo. Qui è la title-track, con la melodia in seppia cantata dagli archi su cui si appoggiano clarino e fisarmonica e il testo finalmente salvo da qualsiasi eccentricità lessicale, a testimoniare una crescita che significa soprattutto coesione tra le parti e maggiore forza comunicativa, complice un combo di musicisti certamente non di primo pelo (su tutti Nicola Manzan aka Bologna Violenta a violino e viola). Se a ciò aggiungiamo pure un sentore da beat ingentilito sullo strepitare d'archi di Incensatevi e sulle variazioni ariose di Sulla via ci rimane solo da scommettere che con la fatidica terza prova Alessandro metterà a segno il colpo definitivo. Converrà attendere, e intanto indossare L'abito buono.
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