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JAZZSAALFELDEN 2000 - Jazz ed altro... per tutti i palati

 

Intro
25/ 26/ 27 Agosto 2000 - Jazz ed altro... per tutti i palati

 

Jazz ed altro... per tutti i palati
di
Claudio "Cas" Casanova

 

Mentre in Italia i termometri indicavano temperature più consone a paesi tropicali, i prodi inviati di MusicbOOm trovano un fresco ristoro emigrando oltralpe per raggiungere Saalfelden, deliziosa cittadina austriaca nella regione salisburghese. La motivazione per questo viaggio ci viene offerta dal 22° Festival Internazionale del Jazz, da tempo annoverato fra le migliori manifestazioni musicali europee. Qui sono passati molti dei più famosi jazzisti, lasciando ricordi di esibizioni memorabili e spesso di altissimo livello perché, si sa, le grandi vetrine stimolano ogni artista a dare sempre il meglio. Il programma di quest'anno vede, come al solito, la partecipazione di nomi altisonanti e giovani emergenti del panorama jazzistico tradizionale, informale e di "confine" in un equilibrato alternarsi sul palcoscenico con una puntualità di orari abbastanza rara a trovarsi nel nostro paese (anche se in questa edizione qualche piccolo inconveniente c'è stato).

A contorno della manifestazione principale viene proposta una rassegna di concerti denominata Short Cuts, dislocata nella Festsaal della piazzetta centrale ed organizzata in orari anche antimeridiani e comunque mai in concomitanza con il programma del mainstage che invece trova la sua ormai naturale collocazione appena fuori dal paese, in una enorme struttura bianca in notevole contrasto con il verde brillante dei campi circostanti. Seguire tutta questa marea di concerti sarebbe stato, per noi "vecchietti", troppo dispendioso in energie fisiche e mentali (ma c'è chi lo ha fatto, soprattutto giovani e giovanissimi). Volendo dunque assistere in condizioni ottimali a tutti gli spettacoli principali ci siamo concessi un solo "extra" partecipando agli Short Cuts del giovedì sera che vedono susseguirsi sul palco della sala, in esibizioni lunghe non più di un'ora, Wolfgang Mitterer al pianoforte ed electronics con Wolfgang Puschnig ai sax, flauto e esoticherie varie, quindi Shelley Hirsch & DJ Olive e per finire l'Andy Sheppard Project.

I due Wolfgang Mitterer & Puschnig hanno proposto una musica algida e quasi totalmente improvvisata, andando a pescare dentro le più varie "correnti" di quest'ultimo ventennio e caratterizzando l'esibizione con l'uso abbastanza ricercato del computer collegato alle tastiere dalle quali il pianista ricava sonorità interessanti unite ad uno stile abbastanza personale che risente anche dell'insegnamento di Cecil Taylor. Nel frattempo dentro la sala, strapiena ed inspiegabilmente "sigillata", si è sviluppato un caldo insopportabile che costringe a frequenti uscite per trovare ristoro, poi l'organizzazione rimedia alla situazione spalancando finalmente le vetrate e permettendo così di godere la musica senza dover sudare le proverbiali sette camicie.
Si prosegue con la "strana coppia" Shelley Hirsch & DJ Olive in alcuni brani di ottimo impatto dove l'istrionica cantante esibisce, con stile inconfondibile, i suoi famosi gorgheggi di ardua difficoltà, già apprezzati durante la collaborazione di vecchia data con John Zorn e le sue esilaranti doti mimiche, questa volta accompagnata da un sottofondo elettronico fornito, in maniera molto efficace ed elegante, da DJ Olive che è certamente uno dei musicisti più stimati nel suo genere. Senz'altro un concerto riuscito, grazie alla perfetta empatia fra i due artisti.
La serata termina, in una atmosfera finalmente fresca e vivibile, con l' Andy Sheppard Project, dove il sassofonista inglese propone una musica molto ritmata e chiaramente votata alla ballabilità, coadiuvato dal trombettista Claude Deppa insieme ai "DJ" Rita Ray e Max Reinhard. Sheppard è senz'altro un musicista tecnicamente dotato, lo ricordiamo ad esempio con l'orchestra di George Russell od insieme a Keith Tippett in splendidi duetti ma questa sua ultima proposta lascia allibiti, anche se la guardiamo come "Band del sabato sera". Qualche buon assolo non salva dal naufragio un progetto datato e noioso, oltretutto brutta copia di ciò che aveva proposto già diversi anni fa Ulrich Lask. Improvvisati ballerini si esibiscono ai piedi del palco...

Finalmente è venerdì ! Uscendo dal paese e dirigendoci verso le bellissime montagne, raggiungiamo la zona riservata all'area festival, una grande radura in parte adibita anche a campeggio già gremito dalla sera precedente, dove vengono applicati prezzi veramente "popolari". A poca distanza sorge "casualmente" anche una caserma... le solite precauzioni austriache ? Il programma di questa prima giornata prevede, ad iniziare dal tardo pomeriggio, ben cinque concerti con durata prevista di circa 70 minuti l'uno, venti minuti per riassettare il palco e così via. Questa sarà, piccoli imprevisti a parte, la cadenza utilizzata per tutta la durata del festival.


Venerdì 25 agosto
Ore 19:00. Apre la rassegna il settetto di Klaus Dickbauer (prima mondiale), valente sassofonista e polistrumentista che milita anche nelle file della Vienna Art Orchestra. La formazione è completata dalle ance di Christian Maurer, Florian Branbock e dell'amico Wolfgang Puschnig (che ha condiviso con il leader l'esperienza V.A.O. e qui è considerato una vera gloria nazionale), quindi la chitarra di Rick Iannacone, il basso di Robert Riegler e la batteria veramente metronomica di Jojo Mayer. La musica espressa è di buona fattura, con influenze jazz-rock e funky che non scadono mai in puro effettismo grazie agli arrangiamenti di fine fattura usciti dalla penna dello stesso Dickbauer. Il bravo Puschnig si esprime qui con maggior calore rispetto all'esibizione negli Short Cuts e si propone come ottima "spalla", procurandosi anche un paio di buoni assolo. Validi anche gli altri elementi e tutta la musica proposta in questo concerto inaugurale che, come già accaduto in precedenza, viene affidato ad un progetto "indigeno".

Ore 20:30. Chucho Valdes piano solo. Poche parole per celebrare la maestrìa di questo musicista latino, osannato da critica e pubblico, che sa tenere il palco in maniera elegante e con tecnica ed espressività convincenti. Alla lunga però mostra la corda con qualche passaggio piuttosto prolisso e fine a se stesso, quindi come giudizio finale sulla sua esibizione non ci si può discostare più di tanto da una buona sufficienza.

Ore 22:00. Hugh Ragin Quartet featuring Amiri Baraka & David Murray (prima europea). Lo scrittore e poeta Amiri Baraka, aka LeRoy Jones, è il vero fulcro di questo riuscitissimo progetto dato che le sue liriche dettano con autorità i tempi e le altezze delle esecuzioni di tutti i musicisti del gruppo. Hugh Ragin, oltre a prodursi con la sua tromba in ottimi assolo, tiene in pugno la situazione esibendosi in precise indicazioni gestuali (simili alle "conductions" di Butch Morris) che seguono con indiscutibile precisione i testi e la mimica forniti dal cantore nero, un uomo dal forte carisma e dalla superba vitalità a dispetto dell'età non più giovane. Come ospite David Murray non fa nulla di particolarmente spettacolare per emergere, lascia il centro della scena (giustamente) a Baraka e quelle rare volte che si lancia in un assolo lo fa con eleganza e discrezione, pur ribadendo la sua voce potente ed inconfondibile. Craig Taborn, pianista giovane ma più che affermato, fornisce assolo intelligenti ed armonie intriganti oltre che adeguate, ben coadiuvato dai rimanenti Jaribu Shahid al basso e Bruce Cox alla batteria. E' in sintesi un jazz moderno, strutturato ma nel contempo osservante dell'estetica free e questa flessibilità dona fascino e compiutezza a tutto il concerto.

Ore 23:30. Arto Lindsay Quintet. Uno degli artisti più "inquietanti" in circolazione partecipa alla kermesse austriaca guidando il suo gruppo più conosciuto e stimato che presenta la consueta miscela di musica jazz-brasil-pop-noise tanto cara all'ex membro dei mitici Lounge Lizards. Il chitarrista Vinicius Cantuaria gli fa da spalla e (raramente) da interlocutore anche se spesso risulta svogliato ed apatico. E' molto probabile che uno strano e plateale rimprovero che Arto gli rivolge subito all'inizio dell'esibizione abbia influito negativamente sulla sua prestazione globale... cose che succedono. Melvin Gibbs è il solito gigante del basso elettrico e si ritaglia spazi di grande intensità sia come accompagnatore che come solista impeccabile. Takuya Nakamura alle tastiere e Skoota Warner alla batteria completano questo ottimo quintetto che regala al pubblico entusiasta un concerto terminato in crescendo, di squisito spessore e con qualche sprazzo di genialità scaturita dalle corde della chitarra del leader.

Ore 01:00. Sex Mob. A quest'ora della notte, dopo aver assistito a quattro impegnativi concerti, non c'è niente di meglio che "riposare" la mente ascoltando questi ottimi musicisti che vogliono soltanto divertire e divertirsi. Steven Bernstein, con la sua singolare slide trumpet (che ha la coulisse come il trombone ma è delle dimensioni di una normale tromba) guida questo combo di pazzerelloni che propongono riletture molto ironiche ed a volte irriverenti di brani provenienti da stili
musicali diversi. Vengono "straziati", a più riprese, celebri successi dei Nirvana, Stephen Stills, Duke Ellington, Grateful Dead, Rolling Stones intervallati da brani di forma non meno caleidoscopica usciti dalla mente del leader. Il culmine del concerto è sicuramente raggiunto dall'esilarante rivisitazione della celeberrima Fernando degli Abba... mai nessun'altra canzone si era prestata così bene ad essere presa per i "fondelli". Completano il gruppo l'ottimo sassofonista Briggan Krauss, il poliedrico contrabbassista Tony Scherr, lo "schizofrenico" ma eccellente batterista Kenny Wollesen e la "guest star" DJ Logic. Qusi tutti i brani proposti durante la serata sono reperibili nel loro ultimo cd Solid Sender... ora raggiungiamo a tentoni i nostri letti per il meritato riposo...

Sabato 26 agosto
Ore 15:00. Caratini Ensemble. Questa formazione di undici elementi tutti francesi, capitanata dal contrabbassista Patrice Caratini, apre la seconda giornata del festival con un programma tutto basato su riletture della musica di Louis Armstrong proposte a volte in versione quasi filologiche ed altre calcando la mano su arrangiamenti molto "personalizzati" ma sempre di buon gusto. La mano del leader si sente ed il progetto, giudicando dalla risposta del pubblico, sembra pienamente riuscito anche se a noi pare fin troppo evidente la cura posta a far risaltare la forte influenza della scuola jazzistica francese. Un pizzico di "neutralità" in più non avrebbe certo guastato. Tralasciamo il commento sui singoli elementi, quasi tutti dotati di buona preparazione ed in qualche caso anche di spiccata personalità, in quanto i loro nomi risultano comunque pressoché sconosciuti.

Ore 16:30. 4 Walls. Un quartetto tutto centrato sulle particolari doti pitotecniche di Phil Minton, artista dal formidabile carisma che utilizza la sua voce come un singolare strumento e la sua performance sul palco è carica di un magnetismo unico che trascina il gruppo su alti livelli espressivi. Luc Ex con la sua chitarra basso semiacustica svolge un lavoro di accompagnamento sicuramente meno aggressivo di quanto non sia abituato a fare all'interno del suo abituale gruppo ("The Ex", gruppo punk olandese di larghe vedute) e la timbrica del suo strumento è perfetta per il lavoro di contrappunto con la voce di Minton. Veryan Weston al piano e Michael Vatcher alla batteria sono perfetti comprimari per questo progetto forse difficile da assimilare per il grande pubblico ma secondo noi veramente riuscito.

Ore 18:00. Bobby Previte "Bump The Renaissance" Band. Questo supergruppo del bravissimo batterista e bandleader Bobby Previte era probabilmente uno degli eventi più attesi qui a Saalfelden e non ha tradito le aspettative. La musica proposta guarda rispettosamente al passato ma tradisce velleità di ricerca certamente non radicale ma adeguata alle caratteristiche dei grandi musicisti che compongono questo superbo quintetto. Ray Anderson, trombonista profondamente impegnato a sviluppare le potenzialità del proprio strumento, dopo aver suonato al fianco di stelle del calibro di Anthony Braxton e Misha Mengelberg (due nomi a caso) ha guidato in questi ultimi anni quasi esclusivamente gruppi propri con particolare successo. Marty Ehrlich, sassofoni, clarinetti e flauti i suoi strumenti, è un musicista raffinatissimo che non finisce mai di stupire per la sua capacità di saper evolversi in continuazione. Anche lui ha un passato glorioso al fianco di Braxton oltre a collaborazioni con innumerevoli artisti delle più svariate estrazioni, ad esempio John Zorn e Julius Hemphill. Il tastierista Wayne Horvitz possiede un curriculum da far impallidire chiunque ed è uno dei personaggi più eclettici che calcano le scene del jazz moderno, delizioso al pianoforte e geniale alle tastiere elettriche (alzi la mano chi non lo conosce!). Infine il bassista Steve Swallow che come il buon vino migliora col passare degli anni. Parlare della sua carriera è come sfogliare un'enciclopedia, tante sono le indelebili tracce che ha lasciato nel suo lungo cammino musicale. Questi dunque i componenti di una All-Stars che ha infiammato il numerosissimo pubblico ed ha concluso in maniera splendida la prima parte di questa lunga giornata di concerti.

Ore 19:30 - 21:00 : Intermission. Giusta pausa di 90 minuti per consentire a tutti di sgranchirsi le gambe e visitare comodamente (si fa per dire, vista l'inevitabile ressa) il resto della struttura che ospita all'interno anche un ristorante praticamente sempre aperto (la cucina è tipica del luogo con qualche concessione all'esotico, la scelta è ristretta ma la qualità di ciò che si mangia risulta abbastanza buona) ed alcuni stands sempre affollati che rivendono cd e libri di interesse musicale oltre a materiale dell'organizzazione come cataloghi, felpe e t-shirts (di ottima qualità) con il marchio "JazzSaalfelden2000". Rovistando in mezzo alle scansie si possono trovare vere chicche a volte introvabili sul mercato italiano e, naturalmente, ci siamo accaparrati qualche decina di "dischetti" che faranno la gioia dei nostri ascolti autunnali. All'esterno altri gazebo ospitano venditori di chincaglierie varie, negozi di abbigliamento più che informale, tavola calda con annesso minipalco dove si esibiscono gruppi locali (ovviamente nelle pause del mainstage) oltre a qualche "privato" che vende i propri cd usati (che pacchia !). Torniamo dentro appena in tempo per non farci travolgere dalla voglia di accendere un mutuo...

Ore 21:00. Diamanda Galas. "La Serpenta Canta" è il titolo programmatico che introduce lo spettacolo in prima europea di questa tenebrosa pianista-cantante, il sipario si apre sul buio palco ed un "occhio di bue" si accende lentamente per inquadrare l'artista raccolta sul suo strumento. Le dita scorrono sulla tastiera a disegnare atmosfere inquiete e la voce ricama gorgheggi conturbanti che ammaliano il pubblico presente. Diamanda dimostra di saper reggere bene il palco ma il suo spettacolo è troppo costruito e lascia poco spazio ad una vera e sincera improvvisazione che giustifichi l'invito ad un festival di questo genere. Probabilmente, e senza alcuna intenzione offensiva, la collocazione ideale di questo tipo di proposte sarebbe un teatro e non un uditorio assetato di jazz come questo.

Ore 22:30. Richard Galliano "New York Tango". La sorpresa più bella è che, a dispetto del programma ufficiale, la sezione ritmica è tutta composta da musicisti italiani fra i più famosi anche all'estero. Il previsto pianista Stefano Bollani è affiancato da Furio Di Castri al contrabbasso e Roberto Gatto alla batteria e, lo diciamo subito, la loro prova è stata realmente di livello superiore. Mark Feldman, come sempre intonatissimo al violino, ha confermato le sue elevate doti tecniche (splendido un suo assolo in "pizzicato" imbracciando lo strumento come una chitarra) che in questo frangente si sono piegate ad un romanticismo mai lezioso e ben calato nelle atmosfere particolari create dalla precisa fisarmonica di un Richard Galliano ritornato sulle scene in splendida forma dopo i rilevanti problemi di salute manifestati pochi mesi fa. Un concerto di alto profilo che ha entusiasmato tutti.

Ore 24:00. Greg Osby "Special Project" featuring Oliver Lake & Bob Stewart (prima mondiale). La quantità di proposte diverse che riesce a sfornare l'altosassofonista Greg Osby è impressionante ed il gruppo presentato qui a Saalfelden non è che l'ultima creatura di uno dei giovani musicisti più dotati di progettualità. I compagni di viaggio in questa nuova avventura sono il carismatico Oliver Lake ai sassofoni, l'immenso Bob Stewart al basso tuba, Jason Moran sempre più maturo al pianoforte, Liberty Ellman chitarra elettrica, Vashon Johnson basso e Derrek Phillips alla batteria. Con una front-line di tale spessore la musica proposta non poteva che essere di forte impatto sonoro con Osby intento a proporre i suoi obliqui assolo, Lake a confermare la sua grande maestria al tenore ed uno Stewart come vero motore del gruppo, sempre abilissimo e "leggero" nel padroneggiare il suo difficile strumento ed a proporsi in alcune agili sortite solitarie. Qualche sbavatura compare qua e là ma l'esibizione regge bene ed il pubblico, anche se ormai provato dalla lunghissima abbuffata musicale, si spella le mani in lunghi applausi. La seconda giornata è giunta al termine e così, stanchi ed appagati, usciamo prima dei bis per evitare il caos, raggiungendo i nostri agognati giacigli.

Domenica 27 Agosto
Ore 14:30. Anthony Coleman "Sephardic Tinge" featuring Shelley Hirsch (prima europea). Questo tastierista, a lungo collaboratore di John Zorn, si presenta sul palco con un trio ormai collaudato che propone un jazz dall'estetica particolare, intrisa com'è di riferimenti etnici estrapolati dalla cultura ebraica. Ben Street al contrabbasso e Michael Sarin alla batteria (lo ricordiamo, fra l'altro, pilastro dello "string quintet" di Dave Douglas) offrono un valido sostegno alle vertiginose escursioni sui tasti di Coleman, musicista di grande esperienza mai abbastanza considerato dalla critica. Dopo l'apertura in trio sale sul palco Shelley Hirsch per cantare tre brani interpretati con la sua innata verve ma ha dato prova di essere troppo avulsa dal progetto di cui è ospite. Certamente il meglio di se l'aveva offerto due sere prima nel miniconcerto alla Festsaal. Dopo la sua uscita di scena il trio riprende a macinare musica di buon livello che coinvolge emotivamente e convince anche l'ascoltatore più esigente.

Ore 16:00. Martin Koller (prima mondiale). Il presentatore del festival introduce questo sestetto esibendolo come qualcosa di straordinariamente nuovo, moderno e coinvolgente... beh, è solo esagerato campanilismo. Intendiamoci bene, Martin Koller è un giovane chitarrista austriaco di buona tecnica e la musica che propone è di grande impatto sonoro ma da questo a definirlo un innovatore ce ne vuole ! In un unico termine possiamo definirla "etno-fusion" ed il chiaro riferimento stilistico (altro che novità !) è lo Steve Tibbetts dei dischi ECM di alcuni anni fa. Willsingh Wilson alle manipolazioni elettroniche, Matt Garrison al basso elettrico, Peter Herbert (ottimo collaboratore di Franz Koglmann con il quale trova certamente un ambiente più adatto per esprimere le proprie qualità) al contrabbasso, Dhafer Youssef all'oud ed al canto e Johan Svensson alla batteria sono gli altri elementi di questo gruppo che alla resa dei conti ci annoia un poco ma che al pubblico sembra piacere molto.

Ore 17:30. Uri Caine "Bach - Goldberg Variations". Ecco un'altro progetto attesissimo : le "Variazioni Goldberg" secondo Uri Caine che ormai ci ha abituato a queste sue scorribande all'interno della musica accademica. Dopo i fasti di "Primal Light" sulle musiche di Mahler il pianista ha continuato a dedicarsi con enorme passione alla ricerca di soluzioni ideali per fondere insieme il jazz ed i capolavori dei grandi del passato. Ora ha messo le mani sulle Variazioni Goldberg di J.S.Bach, pagina assai famosa ed impegnativa che fa parte dei grandi classici della musica colta. Il primo commento che ci sovviene è "troppa carne al fuoco". L'ensemble eterogeneo si comporta bene sotto la guida del leader ma è l'interazione fra le parti scritte e le improvvisazioni che mostra qualche indecisione e questo accade non per demeriti dei musicisti, quasi tutti all'altezza della situazione, ma per l'impostazione del progetto che denota un'eccessiva laboriosità. Le importanti variazioni di assetto dell'ensemble fatte all'ultimo momento (ad esempio Greg Tardy al posto del previsto Don Byron) non ha certo avvantaggiato l'affiatamento generale e questo fa pensare di aver assistito ad un concerto "anomalo" che è un poco sfuggito di mano al leader. Aspettiamo di risentire al più presto Uri Caine ed le "sue" Goldberg Variations in una esecuzione all'altezza della sua giusta fama.

Ore 19:00. John Scofield/ Steve Swallow/ Bill Stewart. Il chitarrista americano concede al pubblico la sua miscela preferita di jazz-rock-blues di cui è maestro indiscusso ed elegante interprete. Ovviamente nulla di innovativo ma tanta buona musica per chi ama queste sonorità "antiche" e sempre coinvolgenti. Il vecchio leone Steve Swallow si trova a suo agio anche in questo progetto e ci regala ottimi interventi ed un convincente lavoro di sostegno ben coadiuvato dal bravissimo Bill Stewart, fra i giovani batteristi certamente uno dei più dotati tecnicamente ed in possesso di forte personalità. John Scofield trova il tempo di scherzare con il pubblico mentre sciorina pregnanti assolo, alcuni particolarmente riusciti e trascinanti, ed il concerto scivola via che è un piacere. Il pubblico entusiasta non vorrebbe fermare questa macchina perfettamente oliata ma il tempo è tiranno ed il set deve terminare.

Ore 20:30. James Carter "New Electric Quintet". Come al solito il concerto finale è dedicato ad un gruppo capace di accendere i "fuochi d'artificio" ed il gruppo di James Carter ha, sulla carta, tutti i numeri per riuscirci. Kelvin Bell alla chitarra, Craig Taborn alle tastiere, Jamaaladeen Tacuma al basso elettrico ed il forsennato Calvin Weston alla batteria non lasciano nulla di intentato per infiammare la platea tanto da trasformare il loro in un concerto (quasi) hard-rock lasciando il solo Carter a proporre interventi a volte in puro stile free. Musica troppo "grassa" ed un poco rozza che fa storcere... le orecchie all'esigente pubblico che si trova spiazzato da tanta energia sprecata. Il leader dimostra di aver raggiunto una notevole tecnica con i sassofoni ma anche di non sapere imbrigliare queste sue doti naturali per metterle al servizio di una musica di più alto spessore. I giochi pirotecnici ci sono stati (Weston era in preda ad un delirio totale, urlando e sputando per tutto il concerto) ed alla fine, come è facile immaginare, è rimasto molto fumo in sala...

Lo spettacolo è definitivamente terminato ed il pubblico sfolla in maniera civile ed ordinata, portandosi via il ricordo di una bella rassegna musicale che, alla resa dei conti, ha soddisfatto quasi tutti i fortunati partecipanti. Noi di musicbOOm avremmo preferito un programma più aperto alle avanguardie ma sapevamo comunque che lo staff aveva fatto tutti gli sforzi possibili per regalare un festival il più possibile eterogeneo e adatto ad un pubblico multiforme e culturalmente preparato come quello di Saalfelden. I numeri di quest'anno confermano tutto questo : con tremila paganti in più rispetto alla precedente edizione si è riusciti a sfondare il muro delle 15.000 presenze in tre giorni, un traguardo questo che assicurerà lunga vita al JazzFestival Saalfelden ! Noi abbiamo già prenotato la stanza per il prossimo anno perché, oltre alla meritata fiducia che accordiamo all'organizzazione per la scelta dei prossimi eventi, qui in Austria si sta proprio bene...

 

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