Quando sembrava tutto finito, o quasi
di
Roberto Paviglianiti
«Noi apprezziamo tutte le espressioni musicali belle, esteticamente ed acusticamente, belle e appaganti, quindi non ci poniamo limiti di genere musicale o di periodo». È questa la frase che dà il benvenuto nella home-page del sito dei Quintorigo, uno dei gruppi italiani più intriganti dell’ultimo decennio. Qualche passaggio a vuoto - dovuto al lungo assestamento per l’introduzione della nuova vocalist Luisa Cottifogli - c’è stato, inutile negarlo, ma poi arriva questo splendido Play Mingus, quando non te l’aspetti, quando tutto sembrava essersi inaridito, fossilizzato.
La band si misura con la musica di uno dei più grandi geni del Novecento, e denuncia padronanza, coerenza, classe. Una rivisitazione che conosce momenti maiuscoli fin dall’intrigante opener Pithecanthropus Erectus, impreziosita dall’ospite Antonello Salis, fisarmonicista capace di trasmettere emozioni da brivido. Bello l’inserto a cappella di Freedom; d’inestimabile valore la versione di Fables of Faubus, e poi c’è la voce della Cottifogli, che con la sua classe firma indelebilmente i passaggi di Portrait e Oh Lord Don’t Let Them Drop That Atomic Bomb on me Da rimarcare anche la prova di Gabriele Mirabassi: il suo clarinetto prolunga le idee dei Quintorigo ed è decisivo – in diverse circostanze - nell’ampliarne le vedute. Nel complesso l’intera band si muove con intelligenza, cercando – in pieno rispetto del repertorio mingusiano - lo spunto ironico e originale.
Sapevamo, in fondo, che i Quintorigo avessero ancora qualche buona freccia da scoccare, ma siamo piacevolmente sorpresi da quello che ha tutta l’aria di essere l’inizio di una nuova vita creativa. Bravi, non solo a parole.
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