Social

La nuova serie di Alessandro Cattelan, tra felicità e poca convinzione

C’è un nuovo titolo nella sterminata bacheca di Netflix, fenomeno che va oltre lo streaming. Si chiama “Una semplice domanda” ed è la nuova idea di Alessandro Cattelan. Un format nuovo, che è stato lanciato lo scorso 18 marzo 2022 sulla piattaforma di streaming video più famosa del mondo. Si tratta infatti di un docu-show, una serie di episodi che sono una sorta di mini intervista a grandi ospiti, e che riguardano uno dei temi più ricercati e discussi del mondo: come si fa ad essere felici?

Tutto nasce da una domanda della figlia di Alessandro Cattelan, con il protagonista che entra in crisi e allora inizia a girare il mondo in cerca di una risposta.

Tanti grandi ospiti

Annunciata nel maggio del 2021, la serie si articola in sei puntate da circa 30 minuti ciascuna. Il produttore esecutivo è Maria Gammella, mentre la casa di produzione è Fremantle insieme a Netflix. Sei puntate, dicevamo, sei grandi ospiti: si inizia da Roberto Baggio, il Divin Codino del calcio, e si finisce con Mo Gawdat, ingegnere di Google che ha lasciato la Silicon Valley dopo la morte del figlio, ed Elio. In mezzo ci sono Paolo Sorrentino, Gianluca Vialli, Geppi Cucciari, Eva Cantarella, gli attori porno Danika e Steve, Francesco Mandelli e Roberto Giovalli.

L’accoglienza e le critiche

“Mi state mandando messaggi bellissimi. Sono felice che la serie vi stia piacendo e a nome di tutte le persone che hanno lavorato a Una semplice domanda vi ringrazio di cuore. Non ero mai stato al N1 in niente prima d’ora”. Così ha scritto Alessandro Cattelan sui suoi canali social. Ma i commenti della critica sono stati ambivalenti.

Marianna Ciarlante, su Today, bolla la serie come “autocelebrazione di Alessandro Cattelan” e “solita retorica della ricerca della felicità”. La giornalista infatti critica la grande presenza, a tratti ingombranti, di ricordi del Cattelan bambino, delle sue parole da adulto, del suo credo, dei suoi sogni, dei suoi desideri, delle sue velleità: “É pur vero che da qualche punto si deve partire per un racconto e partire da se stessi può essere una chiave teoricamente giusta per arrivare alle persone ma non è detto che nella pratica questa cosa riesca. Qualcosa, infatti, nell’ingranaggio di Una semplice domanda blocca la conversazione con chi c’è al di là dello schermo”.

La sensazione che ti lascia la serie, infatti, è di qualcosa di non concluso, non pieno, non completo. Se non la solita retorica spiccia ma priva di sale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *